Università italiana fuori dal mondo, così non funziona.
di Luigi Mazza
L’Italia fuori dalle prime 150 Università del mondo. Cosa non funziona nell’Università italiana e perché il modello Gelmini è sbagliato.
Anche quest’anno viene stilata la classifica Times Higher Education dei migliori Atenei del mondo. E anche quest’anno l’Italia conferma la sua caduta libera verso le posizioni più basse. Per capirci, secondo questa classifica, gli Atenei italiani non compaiono neanche tra i primi 100. Per trovarne uno italiano bisogna scendere alla 174esima posizione,dove compare l’Università di Bologna. Unico dato che consola è che l’Ateneo bolognese è in 74esima posizione per le facoltà di Scienze Economiche e Sociali, 52esima per quelle di Lettere e Arte. In media le Università italiane si collocano in posizione 441 (nel 2008 erano in posizione 431). La Sapienza, dopo l’Alma Mater di Bologna, è la migliore in Italia, secondo la classifica, posizionandosi alla 205esima posizione (in 25esima invece per le facoltà di Scienze Naturali). Scendendo in basso alla classifica si va poi dalla posizione 286 del Politecnico di Milano alle posizioni 322 e 377 di Pisa e Firenze.
Tra le ultime nella classifica dei 621 migliori Atenei del mondo troviamo la Bocconi di Milano entro i primi 500(ma in 68 esima posizione per le Facoltà di Scienze economiche e Sociali), e altre importanti Università come Tor Vergata (Roma), di Siena e Federico II di Napoli. Ci sono poi new entry come Catania, Genova, Modena e Perugia, che vanno a collocarsi tra le ultimissime.
Tutte le Università europee vanno in direzione opposta: sono 39 (rispetto alle 36 del 2008) le città europee che vantano un Ateneo tra i primi 100 del mondo. In primissima posizione, manco a dirlo, si colloca Harvard (per il quinto anno consecutivo) seguita da Cambridge che supera Yale. In salita tutte le asiatiche. Prima tra le europee, in 20 esima posizione, si colloca Zurigo.
Alla luce di questi dati è a dir poco imbarazzante la classifica del Ministero della Pubblica Istruzione stilata secondo i parametri del ministro Gelmini. Per capirci il Politecnico di Milano secondo il Ministero è tra i più virtuosi (al terzo posto), ma secondo questa classifica viene molto dopo (286) gli Atenei “spendaccioni” come La Sapienza (205) e Bologna(174). Gli altri esempi (tutti gelminiani) di virtuosità, come Trento, Genova, Bergamo e Politecnico di Torino non compaiono neanche tra i primi 400.
Ma secondo il Ministro Gelmini “la classifica del Times conferma clamorosamente quello che abbiamo sempre sostenuto,cioè che il sistema universitario italiano va riformato con urgenza”. Poi aggiunge: “siamo agli ultimi posti nelle classifiche mondiali”.
E quest’ultima illuminante scoperta la avevamo fatta tutti. Ma il “sistema Gelmini” sembra fare acqua da tutte le parti. Mira a tagli che appaiono indiscriminati e senza alcun criterio, che non sia quello del risparmio e della cieca fede verso assurde leggi di mercato. Si finanzieranno gli Atenei ritenuti “virtuosi” sulla base di parametri non molto chiari (quelli che riescono a spendere meno del 90% del Fondo di finanziamento ordinario), e si penalizzeranno gli altri, quelli ritenuti “fannulloni” , per dirla alla Brunetta. In questi ultimi è già iniziata l’agonia, con contratti non rinnovati e precarietà accentuata, che si sommano a una già difficilissima situazione fatta di umilianti contratti a termine, stipendi da fame per ricercatori e assunzioni bloccate. Per non parlare della diffusa pratica legalizzata di sfruttare gli studenti per gestire uffici vari e biblioteche in cambio dei “morattiani” cfu.
Su tutto ciò arriva la mannaia del ministro Gelmini con l’abbassamento del già irrisorio turn over, che viene bloccato al 20%; sale al 50% solo negli Atenei “virtuosi” ma a patto che questi destinino il 60% delle assunzioni, che seguono ai pensionamenti di docenti già di ruolo, ai ricercatori (che ovviamente nella mentalità miope del liberismo tutto italiano devono costare sempre meno). Questi gli effetti della famosa “legge Gelmini”, per non discutere in questa sede dei tagli al resto dell’Istruzione Pubblica.
Lo Stato spenderà meno di prima per finanziare l’Università e la Ricerca; scelta illogica dato che l’Italia era già fuori dai parametri minimi dell’Ocse(1% del Pil da destinare a Università e ricerca) e lontanissima dall’attuazione del Patto di Lisbona che prevede di destinare il 3% del Pil: senza che il Ministro Gelmini mettesse mano sull’Università Pubblica, lo Stato destinava ad essa solo lo 0,9% del Pil. L’Italia risulta così dietro a Turchia e Portogallo che spendono l’1% del loro Pil, Svezia, Danimarca e Finlandia che spendono l’1,8 (il doppio). E anni luce lontani siamo da altre realtà come la Corea e gli Usa che spendono rispettivamente il 2,3 e il 2,9% del loro Pil.
Il futuro dalle nostre parti è invece di diventare “fondazioni”. Saranno i privati che finanzieranno gli Atenei, che potranno “espropriare” dei loro beni, (compresi i terreni) senza nemmeno pagare tasse per il trasferimento di proprietà. Saranno loro così a decidere che tipo di Ricerca si farà; ovviamente quella che ripaga a breve termine perché il mercato ha bisogno di soldi subito, e non ha tempo da perdere con ricerche che daranno risultati forse tra 20 o 30 anni. Quanto Sapere perderemo? Possiamo immaginarlo.
Cosa ci sia da tagliare non sembra chiaro. Gli stipendi dei “baroni”? Gli sprechi? Beh, al Ministro Gelmini, novello acquisto del Governo Berlusconi, occorre ricordare che i grossi problemi delle nostre Università si sono acuiti proprio durante glia anni 2000-2006. Governo Amato (centrosinistra), ministri Zecchino, Berlinguer e Governo Berlusconi, ministro Moratti. Cosa c’entra? Proviamo a spiegarlo. Durante questi anni, il numero delle Università passa da 65 del 2001/02 a 83 del 2006/7, con un incremento del 27% per le pubbliche, e del 50% per le private(che passano da 14 a 21). Questa è stata la crescita smisurata e irrazionale che ha favorito tra l’altro la nascita di ben 4 Università “telematiche”, la cui reale utilità si fatica a comprendere in tempi di tagli e di inviti a risparmiare. Sono nati master scandalosi e a volte ridicoli: costosissimi corsi che all’apparenza garantiscono chissà quale certezza in termini di occupazione, per chissà quale convenzione col mercato del lavoro. I master, figli del 3 + 2 sfruttano paradossalmente l’inefficacia dello stesso 3 + 2, introdotto dai ministri Berlinguer – Zecchino e conservato dalla Moratti. Nascono in molti casi per garantire qualcosa in più, solo in termini di riconoscimenti curricolari, a chi di una laurea triennale, e poi di una specialistica spesso sullo stampo della precedente, non sa che farsene perché il mondo del lavoro a sua volta non sa che farsene dei neolaureati che hanno affannosamente raccolto crediti a 2 a 2, a 4 a 4 e via dicendo e via moltiplicando. Crediti nati nella logica che l’Università dovesse somigliare al mercato del lavoro, a una grande azienda(è successo anche questo nell’Italia dell’imprenditore Berlusconi al governo). Molti Master, certo non tutti, nascono al buio, solo perché qualche docente ci vede in essi una fonte di guadagno, tanto per arrotondare il suo stipendio e sperperare denaro dell’Università che così lo retribuirà due volte.
Nell’Italia del clientelismo è successo che nelle Università tutti hanno visto fonte di guadagni, e le classi politiche dal centro-destra al centro-sinistra, vi hanno visto potenziali pozzi elettorali senza fondo, dove piazzare amici e amici di amici, fino a mogli, figli e parenti vari. Fino a colonizzare le Università perché, si sa, queste come le Asl sono punti di riferimento certi per controllare e spartirsi voti nelle tante realtà locali. Così in Italia sono sorti come funghi nuovi Atenei, e al loro interno nuove facoltà, e ancora nuovi corsi e nuove cattedre per i nuovi corsi.
E gli studenti? E gli studenti pagano. In ogni riforma e in ogni decisione presa loro pagano sempre. “Subalterni” sempre, nei periodi di ricchezza come nei periodi di crisi. Soprattutto fannulloni loro, assenteisti i loro docenti che al loro fianco sono scesi nelle piazze di tutta Italia. E loro, o l’Onda per loro, a sentire i ministri Brunetta e Gelmini o il grande Cossiga, sono colpevoli di aver assecondato un sistema corrotto e parassitario, di aver protestato per difendere gli interessi dei “baroni”.
Sarebbe quindi, viene da dire provocatoriamente, colpa degli studenti se il ministro Gelmini dovette andare a Reggio Calabria per superare l’esame di avvocatura? Colpa degli studenti se il ministro Brunetta, fondatore della meritocrazia, diventò professore per assunzione “ope legis”, ovvero solo grazie alla cosiddetta “grande sanatoria” del 1981 con un concorso riservato? Colpa degli studenti se lo stesso risulta tra i più assenteisti (proprio lui!) a Tor Vergata per i suoi impegni politici? Forse è anche colpa degli studenti se Brunetta quel Nobel per l’economia non lo ha vinto pur essendo in lizza per riceverlo.
Non è infine, e qui c’è poco da ridere, colpa degli studenti, e nemmeno di tanti docenti seri, se l’Italia continua a esportare cervelli per poi pagare brevetti e risultati di ricerche compiute all’estero, magari dagli stessi studenti italiani esportati. Strano nazionalismo quello del centro-destra italiano, che poi accusa di anti-italianità opposizione e giornali. E tutto ciò mentre le nostre Università si apprestano a diventare “fondazioni”, gestite magari da banche e aziende che giocano nel mercato la solita partita all’italiana, fatta di scalate, di falsi in bilancio e di fallimenti, di accorpamenti e scatole cinesi, ovvero di quei fattori stessi che hanno favorito e incoraggiato l’ attuale crisi economica.




