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F-35, una politica di guerra costerà ad ogni italiano 250 €
- di Luigi Nervo -
Nonostante una petizione che aveva raccolto più di 20 mila firme, il Governo ha approvato l’acquisto per 16 miliardi di 131 caccia multiruolo F-35.
Poiché gli attivisti della Rete italiana per il Disarmo e della campagna Sbilanciamoci non erano stati ricevuti dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, hanno provato a inviargli una lettera dove proponevano modi alternativi per spendere quel denaro, interventi di politica pubblica che hanno subito invece un taglio del 56% nell’ultima finanziaria. Con la somma spesa per un singolo F-35 sostengono che si sarebbero potuti costruire 300 asili nido o avrebbero potuto dare l’indennità annuale a 15 mila precari. Con quei 16 miliardi il Governo avrebbe potuto finanziare la costruzione in Abruzzo, costruire 8 milioni di pannelli solari e mettere in sicurezza metà delle scuole italiane. Nonostante questa sia una decisione, avallata trasversalmente dal Parlamento e dagli ultimi tre governi, che va a prendere dalle tasche di ogni italiano più di 250 €, la missiva accompagnata dalle 20 mila firme non ha ricevuto nessuna risposta, nemmeno un “no grazie, non siamo d’accordo”, è stata semplicemente ignorata.
Si tratta di una spesa enorme che è aumentata di 3 miliardi negli ultimi mesi, ma non è questo a sorprendere gli esperti: “per il Tornado era accaduta una cosa simile – spiega Maurizio Simoncelli della Rete italiana per il Disarmo – dai 3 miliardi di lire iniziali si era arrivati a 8″. Ormai non c’è più niente da fare per impedire l’acquisto di queste 131 armi di attacco che probabilmente verranno consegnate a partire dal 2011. Si possono solo ipotizzare gli scenari che si prospettano per questa Italia bellica che, dopo aver investito una somma così ingente, non vorrà tenere i nuovi aerei chiusi negli hangar. Ne parliamo proprio con Maurizio Simoncelli.Innanzitutto, è difficile capire il motivo per cui sono stati acquistati gli angloamericani F-35 dal momento che gli italiani già possiedono i moderni Eurofighter di fabbricazione continentale che hanno funzionalità e caratteristiche molto simili. “È una contraddizione – spiega Simoncelli – segno del fatto che l’Italia cerca di perseguire lo sviluppo sul doppio binario”. Un’Italia che quindi sarebbe costantemente in bilico tra europeismo e atlantismo. Qual è il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale? “Da quando è entrata nell’Alleanza Atlantica ha sempre rivestito un ruolo marginale. Negli ultimi 20 anni è però cambiato tutto: grazie alla sua posizione strategica al centro del Mediterraneo, è diventata fondamentale nei conflitti che hanno interessato il Medio Oriente e il Nord Africa”. Gli F-35 possono essere utilizzati per missioni di pace? “Il termine pace in questi casi è puramente linguistico. Anche le missioni di peacekeeping sono in realtà dei conflitti. Questi sono degli aerei d’attacco e le portaerei li portano lontano dal territorio nazionale”. Quindi servono per attaccare e non per difendere? “Oggi non si parla più di difesa del territorio nazionale, ma di sicurezza internazionale: si tratta di difendere i propri interessi in territori lontani e per questo motivo vengono utilizzati aerei e portaerei. Questi mezzi hanno sempre anticipato quelle che sarebbero state le politiche successive”. Anche cinesi e russi si stanno armando con aerei sofisticati, forse più di questi F-35. “La grande partita internazionale sarà quella del confronto con la Cina che sta diventando la nuova potenza del XXI secolo e allora potrebbe esserci una nuova corsa agli armamenti, poi nuovi difetti porteranno a nuove armi”.
Fonte: http://www.nuovasocieta.it /inchieste/4076-luigi-nervo.html
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Vincenzo Capozzi
ZEITGEIST ADDENDUM (Sub Italiano) 2008
Zeitgeist: Addendum è un web film non profit del 2008, diretto, prodotto e distribuito da Peter Joseph ed è il secondo capitolo di Zeitgeist, the Movie; è uscito in lingua inglese sottotitolato in diverse lingue, tra cui l’italiano.Il film discute riguardo il sistema della Federal Reserve negli Stati Uniti, della CIA, delle corporation americane e altro, concludendo con la presentazione del Progetto Venus, creato dall’ingegnere sociale Jacque Fresco. In accordo con Peter Joseph, il film ha come scopo di localizzare le radici della dilagante corruzione sociale, offrendo allo stesso tempo una soluzione. In conclusione Addendum sottolinea il bisogno di eliminare ogni barriera che divide gli uomini e individua i passi concreti da fare per indebolire il sistema monetario. Il film suggerisce azioni di “trasformazione sociale”, come boicottare le grandi banche, i media, il sistema militare e le multinazionali dell’energia.
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Vincenzo Capozzi
Telefonata al Fatto Quotidiano avvocato di Mastella (Titto Madia o è lui stesso?)
http://antefatto.ilcannocchiale.it/2009/10/23/mastella_senti_chi_mente_a_il.html
Leggi il post – Vai al blog -
Vincenzo Capozzi
Annozero – Rassegna sulla puntata “Verità nascoste” 8 ottobre 2009 – Parte IILe ultime scoperte…
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Via D’Amelio, le ragioni di Gioacchino Basile
12 ottobre 2009 di Francesco Contini
« Chiedo al senatore Nicola Mancino, del quale ricordo negli anni immediatamente successivi al 1992 una lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. O spiegarci perché, dopo avere telefonato a mio fratello per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Polizia Parisi e il dottor Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente… In quel colloquio si trova sicuramente la chiave della sua morte e della strage di Via D’Amelio».
Così si esprimeva Salvatore Borsellino, fratello di Paolo da sempre impegnato per far luce su quei terribili anni, in una lettera del 19 luglio 2007 indirizzata all’allora ministro degli interni Nicola Mancino.
Il 1992 fu l’anno di passaggio fra la prima e la seconda Repubblica, l’anno in cui il panorama politico si ridefinì fino a trovare un nuovo equilibrio con la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e la vittoria alle elezioni politiche del 1994. Il 23 maggio 1992 fu ucciso, vicino Capaci, Giovanni Falcone. E meno di due mesi dopo, in via D’Amelio, esplose la bomba che ammazzò il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. L’agenda rossa di Borsellino, dove si trovavano le annotazioni più importanti del giudice, non fu mai più ritrovata. Proprio su quest’ultimo attentato si affollano le ipotesi e le ricostruzioni: un patto fra Stato e Mafia che avrebbe visto Paolo Borsellino opporsi fino a perdere la vita, oppure gli affari di Fincantieri, sui quali stava indagando Paolo Borsellino, e che vedevano collusi gli apparati locali dello Stato?
VIDEO – BORSELLINO SAPEVA DEL PATTO TRA STATO E MAFIA-Claudio Martelli a Annozero
La prima ipotesi ha trovato nuovo vigore con le rivelazioni ad Annozero dello stesso Claudio Martelli, ministro di Grazia e Giustizia fino a poco prima della morte di Borsellino, quando venne improvvisamente sostituito, e che ha sostenuto che Paolo Borsellino venne a conoscenza dell’iniziativa degli investigatori di prendere contatti con i boss della mafia Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, al fine di un probabile accordo, le richieste del quale sono contenute nel famoso papello ritrovato nella residenza dei Ciancimino a Palermo. Prima di pubblicare però la lettera aperta che ci è giunta in redazione da Gioacchino Basile, sarà bene però delineare alcuni dei protagonisti di questa triste storia.
Carlo Vizzini, attuale esponente del PDL alla Camera dei Deputati, era allora segretario del PSDI e subito coinvolto in Mani Pulite per lo scandalo delle tangenti Enimont. Il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, oggi lo accusa di aver ricevuto tangenti per 900 mila euro, accusa che lo costringe a dimettersi dalla Commissione nazionale antimafia. Per questo è iscritto nel registro degli indagati della DDA di Palermo per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento di Cosa Nostra assieme ai politici dell’Udc Totò Cuffaro, Saverio Romano e Salvatore Cintola. A suo dire fu uno degli ultimi a cenare con Paolo Borsellino, come ha dichiarato per il Tempo a Fabrizio dell’Orefice.
Gioacchino Basile nel 1971 venne assunto come operaio presso la Fincantieri, dove iniziò presto a svolgere attività sindacale. Arrivò ad essere eletto rappresentante dei lavoratori nel consiglio di fabbrica nel 1988 e nel consiglio del CRAL aziendale l’anno successivo. In seguito alle sue denunce contro le compromissioni mafiose nell’azienda e al coinvolgimento dei lavoratori nella lotta contro la mafia, venne espulso dal sindacato (FIOM-CGIL) nel 1990 e nello stesso anno venne licenziato. (da Wikipedia) Da allora non ha smesso di impegnarsi contro la Mafia.
Ordunque, secondo le recenti dichiarazioni di Vizzini, Paolo Borsellino nell’ultima cena parlò in particolare dei rapporti fra mafia e appalti. Salvatore Borsellino rimane invece convinto dell’idea, considerando anche il coinvolgimento di Bruno Contrada, che furono i più alti piani dello Stato ad organizzare la strage di via D’Amelio.
Ecco la lettera di Gioacchino Basile indirizzata a Salvatore Borsellino, giuntaci in redazione:
Caro Salvatore, ti ringrazio per la domanda che hai rivolto a Carlo Vizzini, che spero abbia il coraggio di rispondetrti pubblicamente. (sic.)
Siamo sulla strada giusta anche se resta sbagliato il tuo convincimento sul movente, che assegna la maledetta del strage del 19 luglio 1992 alla trattativa fra lo Stato e la feccia criminale associata in “cosa nostra”; renditi conto che questa ipotesi non ha dignità a fronte della minima intelligenza umana.
Lo Stato, anche il più indegno e lacerato Stato non può essere ostaggio dell’accozzaglia criminale o dei Ciancimino dell’ultima ora, che dopo la morte di Salvo Lima contavano meno del due di coppe, quando la briscola è a denari !!! Questa è solo mùnnezzà che serve a depistare la vergognosa verità che volle i nostri Eroi morti per salvare gl’infami che dentro la Magistratura è le Istituzioni più in generale tradivano la nostra Costituzione per salvare i loro infami padroni politici che ancora oggi nascondono le loro infamie dietro i vessilli insanguinati dei nostri Eroi.
“La nuova” sortita “dell’antimafioso” Carlo Vizzini indica finalmente chi erano i due Magistrati che cenarono con tuo fratello Paolo a Roma, la sera del 16 luglio 1992:
«Era iperattivo, lucido, molto tosto e interessato alle nostre proposte e mi colpì per il fatto che chiese l’intera documentazione e se la fotocopiò. Fu un colloquio franco e leale». Fu quello il primo incontro con il magistrato che sarebbe stato ucciso di lì a poco. Il secondo e ultimo avvenne il 16 luglio, tre giorni prima dell’eccidio di via D’Amelio. «Andò così – ricorda Vizzini -. Mi chiamarono lui, Lo Forte e Natoli. Erano a Roma e nel tardo pomeriggio avevano finito di lavorare, perché quel giorno avevano sentito il pentito Mutolo. Volevano vedermi, diedi loro appuntamento a un ristorante di piazza di Spagna. Il Moccoletto, si chiamava. Al tavolo eravamo solo noi quattro».
A priscindere dal fatto che in una trasmissione televisiva della tarda primavera del 2007, Carlo Vizzini rivolgendosi a tua sorella, si onorava d’aver cenato insieme a tuo fratello ed un’altro Magistrato la sera del 16 luglio a Roma è quindi uno è non due, come afferma adesso; di Lo Forte non necessitano commenti.
Ora c’è anche il nome di Natoli di cui avevo fondati dubbi che lo rappresentavano nello scenario del mio movente.
Salvatore, i Magistrati siciliani ci daranno veramente un inequivocabile segnale di onestà nei confronti della nostra Costituzione, solo quando inizieranno quelle cristalline indagini che debbono portare necessariamente; o Gioacchino Basile in galera per le eventuali ed indegne calunnie consumate contro quei Magistrati che si dicono amici di tuo fratello, oppure la distruzione di quell’infame siparietto di carta che nasconde il volto malvagio ed infernale di quei servi del potere ad ogni costo che con le loro infami e calunniose omissioni, hanno negato l’accesso alla dignità ed alla democrazia del popolo siciliano.
Che Dell’Utri sia stato amico dei mafiosi è fatto inconfutabile che sò da sempre. Che il buttaniere è quant’altro gli si vuole attribuire, abbia usato i criminali per difendere i suoi interessi è altrettanto inconfutabile: «chi sarebbero quegli onesti imprenditori che non lo hanno fatto?!!».
Ma in ordine alle infami stragi del 1992 bisogna guardare dentro le indegne e infami compromissioni di Fincantieri le partecipazioni Statali e dei loro servi.Gioacchino Basile
http://www.thepopuli.it/2009/10/strage-paolo-borsellino-via-damelio-basile-mafia-riina-provenzano/
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Roma, 12.10.2009 | di Norma Ferrara
Quel dialogo fra Cosa nostra e lo Stato
Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate
Solo pochi giorni fa ai microfoni di *Annozero *Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l’allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24 descrive attraverso il racconto del capitano Ultimo l’arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c’è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all’arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato “La Trattativa” il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di Capaci e via d’Amelio.Dopo aver scritto dell’arresto di Riina lei pubblica nel 2002 “La
Trattativa”. Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?Solo alcuni anni dopo l’intervista al capitano che arrestò Riina mi resi
conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza del processo per la strage di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti: quelli di contrastare cosa nostra, in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all’opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e l’apparente suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d’inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”. L’inchiesta, nonostante fosse riportata in una richiesta di archiviazione, conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre
accadevano.Quali elementi?
Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l’inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l’omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa, Repubblica, vicina ai Servizi segreti. A scriverlo con ogni probabilità fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l’andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scrisse dopo l’omicidio Lima intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”. Dopo l’ arresto di Rina all’inizio del 93 seguirono una serie mai vista prima di episodi strani: attentati contro chiese e palazzi fiorentini e romani, fatti in
luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo
del potere, delle istituzioni e della massoneria.Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?
Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati
ricostruiti alcuni scenari all’epoca sconosciuti. All’inizio degli anni ’90
nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di
queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e ci fosse l’interesse di qualcuno oltre atlantico a creare più un’ Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l’Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per essere cancellate dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l’attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell’Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de “La Trattativa”, ad oggi?
La strage di via d’Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia cheraccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti. Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l’attezione sull’uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza…
Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell’ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell’Utri…
Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.
Prima ricordava della rilettura di Via d’Amelio… qual è stato il ruolo, se c’è stato, dei servizi segreti nelle stragi?
Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d’Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d’approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d’Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.
I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?
A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l’allora
Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei
Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse
addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro
degli esteri ” senza episodi specifici che giustificassero questo
cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant’è che alla fine gli
avvocati chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché
quel sorriso significava “non posso parlare”. Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.In questi ultimi anni l’attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia – Stato è stata diretta verso il famoso “papello”, elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso all’uso di registratori… ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al “papello”?
Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste
prove sarebbe di certo l’ultima cosa di cui parlerei sino a quando non
fossero giunte in un’ aula di tribunale. Credo comunque che il filone del “papello” avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato
rapidamente….Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura questa verità?
Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l’andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti esterni di una strage.
Notizie correlate:
C’erano i Servizi segreti quel giorno in via D’Amelio? – di Norma Ferrara
“E’ arrivato il tritolo per me” – di redazione
Borsellino sapeva della trattativa – di Lorenzo Frigerio
Solidarietà a Sandro Ruotolo – di Roberto Morrione
Luce sulle stragi. Occorre fare presto – di Lorenzo Frigeriohttp://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=8957
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Consegnato ai magistrati il papello di Riina
di Redazione – 14 ottobre 2009
Palermo. Sarebbe stato consegnato da Massimo Ciancimino il famoso papello di Riina ai magistrati di Palermo. Sembrava una leggenda invece il foglio contenente le richieste che il capo di Cosa Nostra nel 1992 avanzò allo Stato in cambio della fine della strategia stragista, è ora una realtà oggettiva.Già questa mattina il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, durante un dibattito contro la mafia organizzato dagli studenti di sinistra, al polo di scienze politiche dell’Università di Firenze, aveva accennato all’ ipotesi che presto la Procura ne sarebbe venuta in possesso. Ora finalmente il “papello” sarebbe negli uffici giudiziari di Palermo disponibile al vaglio degli inquirenti.
Se autenticato il documento tanto atteso potrebbe mettere in discussione molte delle versioni fornite dai vari soggetti che al tempo erano venuti a conoscenza della trattativa e rappresentare davvero una svolta nella ricerca della verità sulle stragi.
A parlare per primo del “papello” era stato il pentito Giovanni Brusca il 13 gennaio 1998. Interrogato nel corso del processo di Firenze sulle stragi del ’93, il pentito aveva riferito dell’esistenza di una trattativa tra il capo di Cosa Nostra e lo Stato, intavolata dopo la strage di Capaci. Fu lo stesso capo di cosa nostra ad informarlo di quel dialogo .”Si sono fatti sotto – gli disse – gli ho presentato un ‘papello’ di richieste lungo cosi’”. Dodici istanze che avrebbero compreso una serie di agevolazioni per cosa nostra tra cui la revisione del Maxiprocesso, l’abolizione del carcere duro per i mafiosi, la revisione della legge sulla confisca dei beni, l’annullamento della legge sui pentiti ed altri ancora. Richieste che il capo di Cosa Nostra avrebbe inoltrato alle istituzioni dopo che il capitano del Ros dei carabinieri Giuseppe De Donno e il generale Mori avevano cercato con lui un dialogo con Riina attraverso la mediazione di Vito Ciancimino. Ora resta da stabilire chi oltre ai vertici del Ros aveva garantito questa negoziazione. Le ultime dichiarazioni dell’ex Ministro Martelli e la lunga audizione della dottoressa Liliana Ferraro, nel 1992 alla direzione del Ministero degli Affari Penali, durata quattro ore proprio nella giornata di oggi forse hanno già contribuito a fare chiarezza.http://www.antimafiaduemila.com/content/view/20544/
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Trattativa: Ferraro conferma racconto Martelli
14 ottobre 2009
Palermo. Il verbale dell’ex direttore degli Affari penali Liliana Ferraro è stato secretato dai pm palermitani e nisseni.Secondo indiscrezioni, la Ferraro – oggi dirigente del Cesis, il coordinamento tra i Servizi segreti – avrebbe sostanzialmente confermato quanto raccontato da Claudio Martelli, pur con alcuni distinguo e dando delle giustificazioni, ritenute plausibili, sul silenzio mantenuto fino a oggi su una circostanza risalente a diciassette anni fa. La Ferraro, che è magistrato fuori ruolo, ha esposto comunque ricordi apparsi lucidi e precisi ai colleghi palermitani e nisseni che l’hanno interrogata.
Nella sua deposizione Liliana Ferraro avrebbe spiegato il prolungato silenzio con il fatto che le notizie in suo possesso erano conosciute da altri soggetti istituzionali. Tra questi anche uomini di organi investigativi. Oltre all’audizione di Martelli, slittata a domani, i magistrati sentiranno nei prossimi giorni altre persone.ANSA
Piano piano, delle verità stanno venendo a galla. Tuttavia, restano ancora dei punti da chiarire:
Come trattò il CSM Falcone e Borsellino? Cosa disse la Magistratura Democratica su i due magistrati? Perché Di Pietro venne trasferito con la famiglia all’estero scortato dai servizi segreti , mentre gli altri morirono nelle stragi? Perché la maggior parte dei magistrati allontanava Falcone e Borsellino? Perchè la maggior parte dei magistrati era contrari alle super procure antimafia?
Speriamo di trovare abbastanza materiale, magari tutto questi questiti potranno essere approfonditi in una prossima rassegna!
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Vincenzo Capozzi
Annozero – Rassegna sulla puntata “Verità nascoste” 8 ottobre 2009 – Parte IAnnozero – “Verità nascoste” 8 ottobre 2009
Riportiamo una serie di articoli dedicati alla puntata dell’8 ottobre (c.a.).
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sabato 10 ottobre 2009
Fango sul premier, le bugie mafiose di Annozero
di Gian Marco Chiocci
Altro che rivelazioni choc sulla «verità nascosta» delle stragi di mafia. Altro che Berlusconi con la coppola, e con lui Dell’Utri. Nell’orgia di commenti entusiastici per il muro di gomma mafioso abbattuto dalla trasmissione Annozero, nessuno s’è reso conto che i misteri aumentano e gli interrogativi pure. A partire da questo, apparentemente slegato alle inchieste di mafia sul premier: come mai mentre quattro procure cercano di chiudere il cerchio sul presidente del Consiglio, improvvisamente l’ex ministro Claudio Martelli [1] sente il bisogno di dire che effettivamente lo Stato aveva avviato una trattativa con Cosa nostra? E perché ha rilanciato cose non dette esplicitamente in precedenza, come quella riferitagli riservatamente dall’ex collaboratrice di Giovanni Falcone, Liliana Ferraro, che raccontò di quando disse al giudice Borsellino del colloquio avuto con il capitano del Ros De Donno (che smentisce) a proposito della disponibilità di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di garanzie politiche? Dopo l’immediato annuncio della sua convocazione in procura a Palermo, l’ex esponente socialista è corso a rettificare il tiro all’agenzia Ansa sostenendo che per «Stato», nella trattativa, lui non intendeva dire il governo, perché «Stato» sono anche i funzionari e i magistrati, ma soprattutto i «carabinieri». In questo caso, quelli del Ros del generale Mario Mori sospettato dai pm di essere stato vicino a Dell’Utri e Berlusconi per le cose siciliane. «Il Ros – osserva Martelli – non aveva alcun titolo per intavolare un’azione di persuasione e per interloquire a quel modo, spettava alla Dia. Da parte dei carabinieri può aver giocato una forma di presunzione o arroganza, del tipo, ora ve lo facciamo vedere noi come si combatte la mafia».
Dubbi, ancora dubbi. Se la signora Ferraro è stata anch’essa convocata in procura è segno che in tutto questo tempo l’ex collaboratrice di Falcone (oggi ai servizi segreti con Gianni De Gennaro) non ha trovato occasione per riferire quanto sapeva né al processo di Caltanissetta dov’è stata ascoltata, né ai magistrati che indagavano, e indagano, sulle stragi. I pm siciliani vogliono sapere da lei perché, se è vero quel che ha detto Martelli, parlò del colloquio di De Donno a Borsellino quando i titolari delle inchieste su Ciancimino e sul filone mafia-appalti e politica erano altri due magistrati, Lo Forte e Pignatone. Qualcosa sfugge. Perché se è vero che la Ferraro andò da Borsellino a raccontargli della trattativa, eppoi Borsellino si «oppose con tutte le forze» all’iniziativa del Ros che trattava con i killer di Giovanni, come mai solo tre giorni dopo il giudice decide di affidarsi proprio al Ros per svolgere indagini sul filone degli appalti considerato dallo stesso Borsellino una possibile concausa della strage di Capaci? E se è vero, com’è dimostrato in atti, che l’incontro Borsellino-De Donno-Mori avvenne nella caserma Carini di Palermo il 25 giugno del 1992 (la Ferraro avrebbe parlato a Borsellino dell’iniziativa del Ros il 23 giugno) è allora lecito ipotizzare che forse Borsellino non «si oppose con tutte le forze» alla trattativa intavolata da quelle persone a cui lui si affidava per trovare i killer di Falcone.Ma torniamo a Martelli. Il 12 marzo 1998, per le accuse del pentito Angelo Siino sugli affari in comune con Raul Gardini, l’ex ministro viene preso a verbale dai pm di Caltanissetta, Giordano e Tescaroli. In dieci pagine racconta di tutto, ma nulla sulla trattativa. Idem nell’interrogatorio del 30 luglio ’99 dove Martelli fa solo un accenno alla dottoressa Ferraro, come depositaria non dei segreti della trattativa bensì dei ricordi della guerra Giammanco-Falcone.
Della «trattativa», per come l’ha raccontata ad Annozero, Martelli non ne ha parlato nemmeno nelle ultime interviste del 21 luglio scorso a Liberal e del 25 luglio a Il Tempo. «Ma ne ho parlato in precedenza, in altre due» ha spiegato l’ex ministro all’Ansa. Che ha ritrovato la memoria con enorme ritardo al pari di Luciano Violante, tirato in ballo da Ciancimino junior, convocato il prossimo 20 ottobre al processo Mori-Obinu. A fronte di chi ritrova improvvisamente la memoria, c’è chi la perde del tutto: è Antonio Di Pietro, che da Santoro ha sostenuto di non aver mai avuto a che fare con Ciancimino quand’invece, afferma la difesa degli ufficiali Mori e De Donno, è documentato un suo interrogatorio all’ex sindaco rinchiuso nel carcere di Rebibbia nel 1993. E ancora. Nel suo monologo sulla mafia ai tempi di Dell’Utri e Berlusconi, Marco Travaglio parla dell’esistenza di una lettera scritta da Provenzano a Berlusconi nel quale si promettevano appoggi politici in cambio di una televisione. Il pensiero riportato da Travaglio è lo stesso dei pm palermitani che confrontando la scrittura riportata nel foglio con la grafia di Provenzano, presto si sono però accorti dell’abbaglio preso. Rosalba Di Gregorio, avvocato del boss corleonese, conferma che quella non è assolutamente la scrittura del suo assistito. Persino Ciancimino junior ha ammesso d’essersi sbagliato nell’attribuirla prima al padre e poi al Padrino. Sbagliare è lecito, perseverare no. A meno che tutto non rientri in una strategia mediatico-giudiziaria di delegittimazione dell’avversario, sulla falsariga di quella che poi portò al suicidio il maresciallo dei carabinieri di Terrasini, Antonino Lombardo [2]. Due giorni prima di convincere il boss Tano Badalamenti a testimoniare in Italia al processo Andreotti, durante il programma Tempo reale di Santoro, il maresciallo venne bollato come mafioso dall’ex sindaco Orlando. Lombardo capì l’antifona, scrisse due righe a moglie e figli, e si sparò in testa. Non era mafioso. È morto innocente.http://www.ilgiornale.it/interni/fango_premier_le_bugie_mafiose_di_annozero/10-10-2009/articolo-id=389601-page=0-comments=1
Anche Il Tempo parla di bugie:
http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2009/10/10/1079718-bugie_santoro_sulla_mafia.shtml
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10 ottobre 2009, in Peter Gomez
Stragi, il ricatto bipartisan dei boss
da Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009
Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ’93 e il ’94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.
A Berlusconi – ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d’interrogatori davanti ai pm – la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.
All’indomani della puntata di “Annozero” in cui l’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino [3] (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.
Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.
Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.
È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.
http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2353575
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Di Pietro, Santoro, Tangentopoli. L’uso improprio di mezze verità
10 ottobre 2009
Roberta Lemma
http://www.flickr.com/photos/85261341@N00/319537908/Tangentopoli cominciò il 17 febbraio 1992. Il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per Mario Chiesa per reati contro lo Stato, arrestato e condannato lo ritroveremo nel 2009 indagato e riarrestato per smercio rifiuti tossici nel nord d’Italia. Il 6 dicembre 1994 l’on. Di Pietro si dimetterà clamorosamente dalla magistratura poche ore prime del rilascio, da parte della procura di Milano, dell’autorizzazione a procedere per l’interrogatorio dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, indagato per corruzione.
Di Pietro addusse l’esigenza che i veleni sul suo conto – dal “poker d’assi” di Rino Formica al dossier de “Il Sabato” che altro non è se non un duro elenco di accuse e calunnie a danno del manistrato di mani pulite, dall’inchiesta del GICO sull’autosalone di via Salomone alle indagini bresciane attivate dalle denunce degli inquisiti – non danneggiassero l’immagine della Procura di Milano. Successivamente lamentò come ragione scatenante la fuga di notizie sul mandato di cattura a Berlusconi, reso noto durante la conferenza di Napoli sul crimine transnazionale mentre Di Pietro si trovava a Parigi per rogatorie internazionali. Forza Italia nasce il 18 gennaio 1994. subito dopo le dimissioni di Di Pietro, come oggi, a fronte della grave crisi politica italiana e della fine dell’era berlusconiana, Montenzemolo lancia ufficialmente la sua Italia Futura.
Giovanni Falcone viene ucciso il 23 maggio 1992 qualche mese dopo lo scandalo mani pulite.
Guardando il susseguirsi delle date che si accavallano e alternano al contempo domande nascono spontanee ma anche dubbi si affacciano dal dirupo dei misteri italiani.
Gran parte del Popolo Italiano, se invitato ieri da Santoro forse avrebbe domandato questo agli ospiti in studio e soprattutto all’ex toga:
C’era forse l’intento occulto dietro l’improvviso scoppio di Tangentopoli?
Una bomba ad orologeria in Mani pulite?
Come mai tutto scoppia nel 1992, poco prima delle stragi di Falcone e Borsellino, 10 giorni dopo la firma del trattato di Maastricht dei 12 paesi membri della futura Ue e dell’Euro? La corruzione dilagava da anni, anzi, nasceva a monte della grande guerra, si confermava con Cefis e le 7 sorelle.
Come mai i pm prima non sentivano e non vedevano, oppure venivano zittiti dai loro capi?
Interrogativi ai quali non è stata fornita alcuna risposta.
Domande mai poste, ieri ad Annozero si è parlato di tutto, di molto, ma nulla è stato detto di quel che non fosse già di pubblico dominio o che non intaccasse altri che il premier e i suoi tirapiedi!
Un episodio fino ad oggi mai chiarito su Tangentopoli e Di Pitero.
“Mani Pulite International”, ovvero “Transparency International”, nata dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 per iniziativa del principe Filippo di Edimburgo con membri in mezza Europa. Dalla Banca Mondiale – sua principale ispiratrice – fino ai leghisti della Padania. Stando ad alcune ricostruzioni, infatti, Mani Pulite International avrebbe subito trovato impulso tramite il responsabile della Banca Mondiale per il Kenya, Peter Eigen, promotore di una linea anti-corruzione a tutto campo, anche a costo di sterminare diritti, annientare fondi per i paesi in via di sviluppo e via cantando.
«Alla fine della guerra fredda – dichiarò Eigen – i tempi erano maturi e assieme ad alcuni colleghi decisi di procedere indipendentemente con l’iniziativa». Venne stilato una sorta di decalogo, in base al quale era possibile, anzi lecito e quasi dovuto intervenire nelle nazioni a rischio-corruzione, nei loro affari interni. Non pochi storici ricordano il caso del presidente di Deutsche Bank, Alfred Herrhausen, che osò sfidare la politica a tutto campo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale: il 30 novembre 1989 verrà trovato ucciso.
Tra la xalegislatura, finita il 22 aprile 1992 e la XIa legislatura, 23 aprile 1992 dell’era Giuliano Amato, l’inchiesta del Procuratore di Palmi, Agostino Cordova. Un’inchiesta sui rapporti tra massoneria, ’ndrangheta calabrese, politica, con decine di faldoni di migliaia di pagine.
Cordova svolse approfondite indagini sulle obbedienze italiane, arrivando ad accertare che nessuna di esse risultava svolgere le nobili attività dell’arte muratoria, ma che molte invece erano dedite ad attività affaristiche e in alcuni casi illecite, e all’interno delle logge, importanti politici andavano a braccetto con mafiosi e criminali, perche la P2 non è stata mai davvero smantellata.
L’inchiesta di Cordova passa nelle mani del ministro dell’Interno Nicola Mancino, qui l’inchiesta si perde, si insabbia, sparisce.
Il 25 aprile il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga attraverso un messaggio televisivo si dimette dalla carica, verrà sostituito da Oscar Luigi Scalfaro.
Il 23 maggio a Capaci uccidono Falcone, la moglie e gli agenti della scorta, una strage.
Falcone stava indagando e inseguendo un flusso occulto di soldi fino ad intravedere il circuito tra mafia e importantissimi circuiti finanziari internazionali, intelligence americana e Maastricht. Aveva anche scoperto che alcuni prestigiosi personaggi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche.
Il 2 giugno al largo di Civitavecchia sul panfilo della Regina Elisabetta II avviene il più grande saccheggio dei patrimoni pubblici d’Italia, per opera dei potentati bancari.
In quell’incontro i rappresentanti della finanza internazionale (poteri anglo-olandesi e statunitensi) discussero assieme ad esponenti del mondo bancario e societario italiani le privatizzazioni e le riforme politiche per l’Italia, nel contesto del “progetto euro”. Non a caso il Trattato di Maastricht, che codifica il sistema euro-EMU, fu sottoscritto proprio quell’anno e su questo indagavano Falcone e questo troveremo sull’agenda rossa di Borsellino.Giulio Tremonti, presente sul panfilo – per sua stessa ammissione – disse al Corsera che la “crociera sul Britannia simbolizzò il prezzo che il paese dovette pagare tanto per ‘modernizzarsi’ quanto per restare nel club”. Il club dei poteri forti, dei baroni incontrastati.
Sul panfilo i erano anche i rappresentanti delle banche Barings e S.G. Warburg, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Salomon Brothers, Mario Draghi direttore generale del ministero del Tesoro, Beniamino Andreatta dirigente ENI, Riccardo Galli dirigente dell’IRI.
Importanti aziende (come Buitoni, Locatelli, Neuroni, Ferrarelle, Perugina, Galbani, ecc.) sono state svendute ad imprenditori che agivano in comune accordo con l’élite finanziaria anglo-americana, altre (Telecom, ENI, IRI, ecc.) sono state smembrate e/o privatizzate. L’inixzio della recessione economica decisa sul panfilo della regina d’Inghilterra, territorio della massoneria indiscussa.Il 19 luglio il giudice Paolo Borsellino salta in aria in via d’Amelio, assieme alla scorta.
Nel settembre 1992 lo speculatore ungaro-statunitense-israeliano George Soros sferra l’attacco che decreterà la fine della Lira, un attacco studiato a tavolino con i partecipanti al banchetto del panfilo.
Carlo Azeglio Ciampi all’epoca è governatore di Bankitalia e Lamberto Dini Direttore Generale.
Tale criminoso attacco da parte dell’élite anglo-olandese e statunitense, rappresentata in quella circostanza dall’israelita Soros (agente dei Rothschild), portò ad una svalutazione della lira del 30% e il prosciugamento delle riserve della banca d’Italia che fu costretta, come concordato, a bruciare 48 miliardi di dollari nel vano tentativo di arginare la speculazione.
L’enorme crisi portò alla scioglimento del Sistema Monetario Europeo (SME).Qui, entra in gioco e si colloca Tangentopoli. Manipulite è servito ad attaccare obiettivi politici ben precisi, e dare a noi popolo l’illusione di una pulizia che invece non è mai avvenuta. I poteri forti, quelli veri, hanno continuato a lavorare nell’ombra, assolutamente indisturbati.
Sepolto il dossier Cordova, Falcone e Borsellino e azzittito De Magistris tutto il disegno si è compiuto. Why-Not che riprendeva il filone lasciato in eredità, una scomoda eredità, da Falcone e Borsellino riprendeva le fila di quel discorso, di quell’inchiesta che svelava gli altarini dei poteri forti che ancora oggi vivono e comandano nello e all’interno dello Stato italiano.Ma poi lo scandalo procure, Prodi che cade e l’attenzione che nuovamente viene dirottata su ‘ altro ‘.
Ora attendiamo un nuovo pentito o giudic eo magistrato speciale, che riprenderà le redini dell’inchiesta che riparlerà della collusione tra massoneria, apparati dello Stato e criminalità organizzata, e naturalmente finirà tutto con un attentato, con un cambio di governo e lo spostamento a Roma dell’indagine altri scandali a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica.
Abbiamo un proliferare di enti stranieri che si interessano dei fatti nostri e trovano un megafono nei nostri anti-sistema. Il nostro fare politica si è ridotto a rispondere alle sollecitazioni di questi signori.
Per quanto ancora ci faremo manipolare?
http://www.thepopuli.it/2009/10/di-pietro-santoro-tangentopoli-mezze-verita/
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Verità Nascoste, il racconto di Sandro Ruotolo – Parte Ihttp://www.youtube.com/watch?v=3b5LfOm2r3A
Annozero “Verità Nascoste”. Il racconto di Sandro Ruotolo – Parte 2
http://www.youtube.com/watch?v=qyaz-gp1mOQ
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L’ultima in tervista di Paolo Borsellino ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi – 19 Maggio 1992:
http://www.facebook.com/video/video.php?v=1027708753168
Trascrizione dell’intervista:
http://www.nuovasocieta.it/inchieste/2567-ddr.html
Note
[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Claudio_Martelli
[2] “Il ”veneficio” del maresciallo Lombardo: http://www.laltrasicilia.org/modules.php?name=News&file=article&sid=1081
[3] La smentita di Nicola Mancino:
- Intervista ad Alaya (ex PM del Pool Antimafia negli anni ’90)
http://www.youtube.com/watch?v=Duy4a3u6mts&feature=fvw
- Video con dichiarazioni di Alaya, Mancino e Salvatore Borsellino
http://www.youtube.com/watch?v=xTWEc8Lnj6I&feature=video_response
- http://www.osservatorio-sicilia.it/2009/2722/trattative-tra-lo-stato-e-la-mafia-salvatore-borsellino-smentisce-nicola-mancino/
Link utili
Un passaggio dell’interrogatorio del pentito Brusca riguardo ai rapporti mafia/stato con riferimento alle indagini parallele in corso: http://www.youtube.com/watch?v=bIRgRv2lBbk&feature=related
Alcuni passaggi delle vicende politico/giudiziarie con qualche riflessione sulle anomalie degli anni 92′-93′:
http://paolofranceschetti.blogspot.com/2009/08/le-trattative-tra-stato-e-mafia-e-la.html
Gioacchino Genchi parla di mafia/stato, con accenno a una vicenda con Leoluca Orlando:
http://gisa.splinder.com/post/21345358/Gioacchino+Genchi%3A+un+vero+uom
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Dusty Harmon
You have done it once again! Superb article!
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Vincenzo Capozzi
Faccio servigi fini, sono Signorini.
Ecco come il direttore di “Chi” distrugge le carriere dei nemici del capo.
di Peter Gomez e Marco Lillo.Che sia un figlio del demonio lo dice persino il suo padrone. “Le foto del compleanno di Noemi a Caso-ria? Me le ha chieste quel diavolo di Alfonso Signorini”, ripeteva in maggio Silvio Berlusconi dagli schermi di “Porta a porta”. E anche se allora nessuno se ne rendeva conto quella frase equivaleva a un investitura: Signorini da cortigiano era diventato principe. La sua metamorfosi era conclusa. Perché da giornalista si era trasformato in spin doctor. Ovvero, come recita il dizionario inglese-italiano, in “dottore del raggiro” o, se preferite, in “manipolatore di opinioni”. Sì, perché ormai è questo il vero mestiere del potentissimo direttore di “Tv sorrisi e canzoni” e di “Chi”, il settimanale di gossip della Mondadori, scelto dal Cavaliere per diffondere interviste, condurre attacchi mezzo stampa contro giornalisti e avversari politici, spacciare per vere notizie false. Un mestiere difficile che, in questi giorni, ha spinto Signorini a scatenare i suoi cronisti a caccia di elementi utili per infangare Raimondo Mesiano, il giudice civile autore della sentenza con cui la Finivest è stata condannata a risarcire con 750 milioni di euro la Cir del “nemico” Carlo De Benedetti.
Berlusconi, del resto, del direttore di “Chi” si fida. Anche perchè è uno di casa. Amicissimo della sua primogenita Marina, la numero uno della Mondadori, con la quale trascorre ogni giorno ore e ore al telefono, Signorini è stato negli ultimi due anni uno dei pochi uomini ammessi alle “cene con le ragazze” organizzate dal Cavaliere e da Giampaolo Tarantini a Palazzo Grazioli. Il suo nome ricorre spesso nei verbali delle ospiti (a volte a pagamento) del premier, spesso associato a quello del direttore di Rauno, Fabrizio De Noce, e a quello del numero uno di Medusa Cinematografica, Carlo Rossella. Non per niente il dandy, Signorini – nelle interviste lo ripete sempre – considera il dandy Rossella, come il proprio maestro di giornalismo. Una confessione significativa visto che Rossella nel 2003 è stato sottoposto a procedimento disciplinare da parte dell’ordine dei giornalisti per aver “taroccato” una copertina di “Panorama” aggiungendo un folta capigliatura a un’immagine del premier ripreso di spalle. Eravamo ancora in epoca pre trapianto pilifero e alla fine Rossella aveva strappato un’archiviazione dalle motivazioni imbarazzanti: “La piaggeria non è un illecito disciplinare anche se è qualcosa si peggio sul piano morale e individuale”.
Ma tant’è. Ciascuno è libero di scegliersi i propri maestri come gli pare. Così non deve stupire se, non appena scoppia il caso della protegè minorenne del premier Noemi Letizia, le vacanze di Signorini, sono interrotte, da una telefonata. È palazzo Chigi che lo vuole far rientrare a Roma, su un aereo privato. Signorini saluta in tutta fretta il suo compagno e la sua maga-sensitiva personale, Maddalena Anselmi, e vola dal mago di Arcore. D’ora in poi lui e Rossella faranno parte dell’unità di crisi che in questi mesi tenta di difendere l’immagine del Cavaliere dagli scandali e dai rovesci giudiziari. A 45 anni suonati, con in tasca una laurea in filologia medievale e alle spalle un passato d’insegnante, Signorini spicca, dunque, il gran salto. Tanto che ora è a un passo dal prendere il posto di Maurizio Costanzo nel dopo serata di Canale 5 e, sostengono in molti, di diventare persino direttore della rete ammiraglia del Biscione. Che sia un intoccabile, del resto, a Mediaset se ne sono accorti tutti. A partire da quei ragazzacci delle Iene che già nel 2007 hanno visto l’editore censurare un servizio a lui dedicato. Che cosa era successo? “Chi” aveva pubblicato in copertina un’intervista all’attore Riccardo Scamarcio.
Ma l’intervista era falsa. Spiega a “Il Fatto”, Gianni Galli, collaboratore di Scamarcio: “Riccardo non l’aveva mai rilasciata e lo disse alle Iene. Loro però se ne erano accorte da sole visto che il testo era molto simile a un’altra intervista data invece da Riccardo a Vanity Fair”. Ma le balbettanti giustificazioni del giornalista (si fa per dire) davanti alle telecamere, non le vedrà mai nessuno. “Non va in onda”, ordini superiori. Se questo è lo stile non ci si deve stupire per quello che si è visto e letto sulle pagine di “Chi” a partire dallo scorso maggio. Dopo il primo scoop – le foto della festa di compleanno di Noemi a Casaoria alla quale partecipò anche il premier – Signorini fornisce ai suoi 400 mila lettori “rivelazioni ” a ripetizione. Si parte con il padre di Noemi che sostiene di essere “un ex socialista” vicino a Craxi e di aver per questo conosciuto Berlusconi diventato “un amico di famiglia”, per arrivare al primo vero capolavoro: l’invenzione di un fidanzato. Ai giornalisti che nelle prime ore l’avevano intervistata, Noemi aveva giurato di essere single. Ci voleva dunque un partner che allontanasse il sospetto di un rapporto troppo stretto tra Nemi e il Cavaliere. Così sbuca fuori dal nulla Domenico Cozzolino, ventunenne modello di Boscotrecase, ex tronista di “Uomini e donne”, il programa di Maria De Filippi. Domenico e Noemi vengono fotografati da “Chi” a Rimini e poi sul lungomare di Napoli, mentre si baciano sotto gli occhi dei genitori di lei che assicura: “Sono illibata”. Peccato che Cozzolino per le amiche di Noemi sia un perfetto sconosciuto. Nemmeno l’ex fidanzato della minorenne, Gino Flaminio, ne ha mai sentito parlare. E di lui non si trova traccia neppure nelle foto del compleanno di Casoria.
Alla fine sarà proprio il muscoloso Domenico a spiegare come stavano realmente le cose. “È stata tutta una montatura”, dice a un settimanale concorrente. Ma ormai lo spin è riuscito. Tv e giornali hanno rilanciato le prime immagini della coppia. Nell’immaginario collettivo di una buona parte dell’elettorato si è formata la convinzione che il caso Noemi è tutta una montatura, non di Signorini, ma dei nemici del premier. Signorini così ci prende gusto. Ride quando il migliore dei suoi cronisti, Gabriele Parpiglia, organizza una trappola nei confronti del vero ex fidanzato di Noemi, Gino Flaminio, e di due giornalisti de “L’espresso”. Seguendo le lezioni di Fabrizio Corona, Parpiglia al ristorante la Scialuppa di Napoli allestisce una sorta di set fotografico con tanto di microfoni. Bisogna dimostrare che Gino – il quale ha raccontato come Berlusconi scoprì Noemi consultando un book fotografico – intasca soldi per parlare. E che L’espresso offre altro denaro a chiunque sia disposto ad infangare Berlusconi. Non è vero niente. Ma il paradosso è un altro. Chi è abituato a pagare le interviste è proprio Signorini. A raccontarlo, agli investigatori del caso Vallettopoli che sfocerà in un processo contro Corona, è proprio il giornalista. Il caso di scuola è una sua intervista a Patrizia, il transessuale che passò una notte brava con Lapo Elkan. Per quel faccia a faccia “Chi” tira fuori 50 mila euro. Signorini però si confessa deluso. Tra il suo settimanale e la Fiat c’è un accordo. Il testo del colloquio deve essere vistato da viale Marconi. E così lui è amareggiato, perché avrebbe “voluto fare delle domande scabrose, perchè era l’unica cosa che mi interessava, ma non ho potuto farle (in aula dirà poi che era solo per curiosità personale ndr)”.
Poco male. Perchè poi sulla scena politico-finanziaria irrompe un’altra Patrizia, la escort di Bari, che ha dormito nel lettone del Premier (e “di Putin”). Ogni curiosità potrà insomma trovare risposta. Anche perché, come scrive proprio Signorini, l’intervista che Berlusconi gli rilascia “si svolge nel clima ideale per affrontare con serenità anche le domande più difficili». Seguono quattro pagine di interrogativi del tipo: «Come convive il Berlusconi nonno con il Berlusconi Superman?»; «Bisogno di vacanze? Dove andrà questa estate?». Il cavaliere risponde a tutto. La patria è salva. Il giornalismo un po’ meno.
da Il Fatto Quotidiano n°19 del 14 ottobre 2009
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Vincenzo Capozzi
Marco Travaglio – Tutto cominciò con le monetine contro Craxi
Quando lo sdegno popolare costrinse il Parlamento ad abolire l’immunità che si era trasformata in impunità.
Il 29 aprile 1993, di buon mattino, i ministri del nuovo governo Ciampi, subentrato ad Amato, giurano davanti al presidente Scalfaro.Nel pomeriggio la Camera deve votare pro o contro cinque richieste di autorizzazione della Procura di Milano contro Bettino Craxi, accusato di corruzione, concussione e finanziamento illecito. La giunta di Montecitorio ha già detto sí, escludendo che le accuse del pool siano viziate da fumus persecutionis. Craxi si difende per 53 minuti. Intona il “così fan tutti”, strilla contro i “processi sommari di piazza”, evoca complotti. A favore dell’autorizzazione a procedere si dichiarano Rifondazione, Pds, Rete, verdi, radicali, Pri, Lega e Msi. La Camera vota a scrutinio segreto e per quattro volte respinge le richieste dei magistrati. Accolta (e per appena due voti) solo una richiesta. L’aula diventa una bolgia. ”Ladri! Ladri!”, gridano in coro le opposizioni di destra e sinistra. “Elezioni! Elezioni!”. Tra i socialisti c’è chi piange di gioia. Amato non è presente in aula e ci tiene a farlo sapere: “Per me sarebbe stato particolarmente difficile decidere come votare”. Gridano i leghisti, urlano i missini, che lanciano in aria pacchi di volantini. I commessi corrono cercando di sedare le risse, poi formano un cordone umano che divide in due l’emiciclo. Giorgio La Malfa protesta: “Abbiamo scavato un abisso con la pubblica opinione”. Il dc Francesco D’Onofrio accusa Msi e Lega di aver salvato Craxi nel segreto dell’urna, per delegittimare il Parlamento e scatenare la piazza. Gli risponde urlando Gianfranco Fini, suo futuro alleato: “È una mascalzonata, siete stati voi ladri a difendere un ladro”. E Bossi: “È una mascalzonata dei porci democristiani”. I socialisti si trasferiscono in massa all’hotel Raphael a festeggiare Craxi. Arriva anche Berlusconi. Maroni invoca “elezioni subito”. Diego Novelli annuncia che la Rete si autosospende dal Parlamento “per non confondersi con la palude del regime della corruzione” . Occhetto ritira dal governo neonato: i ministri Visco, Barbera e Berlinguer, seguiti a ruota dal verde Rutelli. Il “popolo dei fax” si mobilita. In piazza sventolano di bandiere rosse miste a quelle verdi della Lega e tricolori dell’Msi. Sul Corriere, il giustizialista Galli della Loggia si straccia le vesti: “E’ ormai chiaro che sulla scena pubblica italiana esiste un nocciolo duro di malaffare politico… Dc-Psi sufficientemente forte per tentare una battaglia di resistenza contro il cambiamento”. Perciò intima a Ciampi di “mettere con le spalle al muro il nucleo della sua stessa maggioranza, spingerla a viva forza, con le buone o con le cattive, verso il suicidio politico di se medesima”. Craxi viene bersagliato di monetine e banconote false da una piccola folla riunita dinanzi al Raphael. Da tutto il Paese, un solo urlo: basta impunità. E la classe politica, nel tentativo disperato di salvare la faccia, abolisce l’autorizzazione a procedere, nata per proteggere le opposizioni da processi per reati politici e trasformata in un salvacondotto per coprire i delitti più infami, dalla mafia alla corruzione, giù giù fino agli assegni a vuoto e alle percosse. Nella legislatura finita nel ’92, il Parlamento ha respinto 186 richieste su 229. E in un anno di quella nuova ne sono piovute ben 540: 107 per corruzione, 89 per concussione, 46 per ricettazione, 116 per finanziamento illecito, 108 per abuso. Così ben 11 gruppi parlamentari propongono l’abrogazione di quello che Fini, Gasparri e La Russa definiscono “un privilegio medievale” e uno “strumento per sottrarsi al corso necessario della Giustizia”, mentre la Lega (che ha appena sventolato un cappio da forca a Montecitorio) lo bolla con Bossi, Maroni e Castelli come “immotivato e ingiustificato privilegio senz’altra giustificazione se non un corporativo interesse di parte”, con “conseguenze aberranti e inaccettabili”. Il relatore è Carlo Casini, braccio destro di Forlani (ora eurodeputato Pdl): “Il principio del princeps legibus solutus è medievale e quindi superato. Se vi è istanza di eguaglianza, quindi, essa deve riguardare in primo luogo gli autori della legge”. Tutti i partiti di maggioranza e opposizione votano a favore. Il 12 ottobre la Camera approva con 525 sí, 5 no (fra cui Sgarbi) e un astenuto. Il Senato fa altrettanto il 27 ottobre, con 224 sí, 7 astenuti e nessun no. Oggi i superstiti sono quasi tutti per l’immunità. Anzi, per l’autoimmunità.
da Il Fatto Quotidiano n°17 dell’11 ottobre 2009
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Vincenzo Capozzi
In che modo Cosa Nostra è entrata nel governo
Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ’93 e il ’94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.
A Berlusconi – ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d’interrogatori davanti ai pm – la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.
All’indomani della puntata di “Annozero” in cui l’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.
Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.
Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.
È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.
Peter Gomez
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giornalaioliberal
Salvatore Borsellino – Dobbiamo spazzare via quell’uomo malato e criminale
Terza ed ultima parte del bellissimo intervento di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, al convegno dell’Italia dei Valori a Vasto. Borsellino, in uno sfogo che commuove ma che soprattutto infonde la speranza di un cambiamento e la voglia di adoperarsi per questo cambiamento, ha parlato della famosa Agenda Rossa del fratello Paolo, misteriosamente scomparsa, degli attacchi e delle delegittimazioni di Berlusconi nei confronti della magistratura, degli elogi di Berlusconi al pluriomicida mafioso Vittorio Mangano, definito dal nostro presidente del Consiglio un “eroe”, della necessità di ribellarsi a questa società che offre un futuro a chi fa la escort e di spazzare via Berlusconi.
Da brividi la forza con cui Salvatore, alla fine dell’intervento grida: “Resistenza! Resistenza! Resistenza!”. -
giornalaioliberal
Perchè ancora non scoppia la rivoluzione in Italia??
Da una conferenza del filosofo Umberto Galimberti, ho tratto spunto per una riflessione generale su alcuni motivi che impediscono il nascere di una coscienza rivoluzionaria in italia!

















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