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  • giornalaioliberal 6:07 pm on December 23, 2009 Permalink | Replica
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    I padroni di Bari – di Paolo Biondani 

    Tratto da L’espresso un articolo di Paolo Biondani davvero interessante, si commenta da solo.

     

    Una mafia finora invisibile alleata con imprenditori, professionisti e politici. grazie a omicidi, cocaina, soldi e voti ha messo le mani sulla città. Che ora si scopre capitale degli scandali.

    Galeotto fu l’euro. Tra il 2001 e il 2002 i boss della mafia pugliese avevano un bel problema: sei miliardi di lire da cambiare. Soldi sporchi di droga e contrabbando, usura ed estorsioni, traffici d’armi e scommesse, che nessun direttore di banca, per quanto connivente, poteva accettare così, tutti in contanti. È allora che il clan di Savino Parisi, il capo dei capi della mafia di Bari, comincia a cercare un insospettabile. Un imprenditore rampante, ben agganciato con la Bari-bene degli affari, della politica e delle professioni. Un colletto bianco disposto a riciclare in euro quel tesoro.
    Nel 2001, cioè pochissimi mesi prima, l’organizzazione di "Savinuccio" è stata decimata dai primi 76 arresti tra Puglia e Montenegro, eppure decine di commercianti, costruttori e professionisti della provincia continuano a gestire i patrimoni nascosti del clan. Il boss però vuole un volto «pulito», un nome emergente ma «serio». E una mafia tanto ricca non fatica a trovare un nuovo complice tra i "vip" della città. Quindi "Chelangelo" Stramaglia, il braccio destro del boss, esegue l’ordine: mette i sei miliardi in un borsone e li porta nella bella casa di un imprenditore quarantenne, Michele Labellarte, che con affari spericolati sta conquistandosi ricchezza e appoggi. Da quel giorno Labellarte, fino alla sua morte improvvisa pochi mesi fa, diventa il più fidato cassiere del clan: investe e diversifica quei primi tre milioni, versa alle famiglie 20 mila euro al mese, trova altri fondi neri per i traffici di cocaina, paga le parcelle agli avvocati di ogni partito. «È uno di noi», «è quello che ci dà da mangiare », dicono gli affiliati, intercettati in massa nella nuova indagine che ha solo iniziato a scoperchiare le complicità segrete di questa nuova "mafia pulita".
    Tra i 129 indagati, per ora, si contano sei direttori di banca, un notaio, decine di imprenditori- prestanome e tre politici: due avvocati che dettano la linea al Pd pugliese, Gianni Di Cagno e Onofrio Sisto, vicinissimi a D’Alema. E una parlamentare del Pdl, Elvira Savino, amica di Berlusconi quasi quanto la sua ex convivente a Roma, Sabina Beganovic, l’ape regina dei festini sexy di Papi Silvio & Giampi Tarantini. Politici e avvocati non sono accusati di complicità con la mafia, come rimarcano i loro difensori, per «assoluta mancanza di dolo ».

    Traduzione in italiano: è vero che Labellarte ha gestito per anni i soldi del clan, ma i suoi amici importanti pensavano di favorire solo il suo onesto lavoro di bancarottiere, in teoria «interdetto da qualsiasi attività d’impresa fino al 2015». Di fatto l’inchiesta è come un ascensore in continuo movimento dai sotterranei del crimine ai tetti più alti del potere. Da una telefonata a un incontro, da un prestanome a un nuovo affare, un unico filo finisce per collegare i killer agli avvocati, i boss ai colletti bianchi, i soldi sporchi alla politica.
    Come in un domino impazzito, le mosse dei mafiosi provocano ripercussioni che arrivano fino alle stanze del governo, con il ministro Mariastella Gelmini che si trova a raccomandare un maxi-campus segnalato dall’onorevole amica del riciclatore. O dell’opposizione, con il senatore Nicola Latorre citato da Labellarte come possibile terminale di uno scambio tra «voti» e «accordini ». Non certo indagabili, Gelmini e Latorre, ma avvicinabili sì, almeno per i boss. Benvenuti a Bari, Italia. Per chiudere la "fase uno" della caccia ai patrimoni mafiosi (già sequestrati immobili e valori per oltre 220 milioni di euro, con 35 società e 680 conti bancari), Procura e Guardia di Finanza hanno setacciato l’intero territorio criminale. Guerre tra clan rivali, omicidi, sparatorie che feriscono i passanti. Commando che sequestrano i camionisti per rapinare i Tir e rivendere la merce a negozianti complici. Decine di chili di cocaina riforniti da ex paramilitari serbomontenegrini. Estorsioni in almeno dieci comuni. E pestaggi nelle discoteche della città, non denunciati per paura.
    A portare ai colletti bianchi è una storia di usura. Un imprenditore intercettato mentre confessa alla moglie, disperato, che nel ’93 fece «l’errore di farsi prestare 150 milioni di lire» e che per tutti i successivi 14 anni ha dovuto versare al clan Parisi «già sei volte tanto»: 483 mila euro. E qui spunta il primo dei tanti insospettabili: Vito Valenzano, commerciante di auto e barche, fedina penale immacolata. I venti "cacciatori" del Gico, guidati dal capitano Gabriele Sebaste, riempiono di microspie il suo autosalone, la Nauticar di via Pavoncelli. E scoprono così il primo covo della mafia spa. Dove boss e colletti bianchi cementano gli affari più moderni con arcaici rituali di affiliazione, con santini, limoni, baci dell’anello e giuramenti sul cianuro. E un bel giorno i finanzieri sentono il vice-boss Stramaglia che protesta per «i famosi tre milioni di euri che Michele ci deve restituire… con ‘sto affare universitario».

    È l’incredibile storia di connivenze trasversali che, dopo gli 83 arresti del primo dicembre, continua a tenere sotto choc la Bari-bene. Che dopo il caso Tarantini e l’affaire della sanità, dopo tante escort e troppe corruzioni, affollava la prima della "Turandot", al rinato Petruzzelli, difendendosi da battute al vetriolo, da overdose di scandali: «Se in Campania c’è Gomorra, noi che siamo, la nuova Sodoma? ». Di fronte al teatro c’è un dirigente del Pd di Bari che arriva a chiedere l’anonimato, manco fossimo a Corleone, per potersi lamentare che «Vendola ha fatto errori ma è pulito», mentre «i nostri dalemiani e l’Udc lo contestano per le sue scelte migliori: il no alla privatizzazione dell’acquedotto pugliese, lo stop agli appalti esterni che impoveriscono la sanità pubblica per arricchire Cl e le coop rosse».
    È in questo clima che la città scopre chi era davvero il compianto Michele Labellarte, il playboy conteso dalle ragazze più belle, l’imprenditore amico dei politici nazionali e socio degli avvocati più in vista. Nonostante il crac che nel 2003 lo aveva portato in cella, accanto al boss Parisi, per la bancarotta e le frodi fiscali della sua New Memotech. Ben difeso dagli avvocati democratici Sisto e Di Cagno, il bel Michele ha potuto patteggiare una condanna con tutte le attenuanti e risarcire circa un decimo dei danni: mezzo milione di euro che lui stesso ha portato in tribunale. In contanti. Dettaglio importante: da quel fallimento, tra l’altro, erano spariti 1,3 milioni, bonificati su un conto di Los Angeles intestato a un certo Sergio Martino, «amministratore » della Retex di San Marino.
    «L’affare universitario » che unisce le due facce di Bari è un maxi- campus da 3.500 posti letto nel comune di Valenzano, pubblicizzato come «il più grande d’Italia ». Le intercettazioni rivelano che i boss hanno finanziato e appoggiato ogni fase del progetto, per farsi restituire «i famosi tre milioni» che Labellarte aveva ricevuto in lire. I terreni del futuro campus sono intestati alla Uniedil: come amministratore figura l’ingegner Sergio Martino, il sanmarinese di Bari, ora in carcere. Nel Comune dello scandalo l’opposizione fiuta le infiltrazioni, ma il vicesindaco di Forza Italia, ora ai domiciliari per corruzione, attacca: «A Valenzano la mafia non esiste, è solo un teorema della sinistra». A fare resistenza è solo la giunta regionale di Nichi Vendola, che denuncia rischi idrogeologici. L’assessore berlusconiano del Comune, anche lui ora agli arresti, risponde così: «Non esiste nessun torrente, è solo un rivolo, per cui si può costruire fino al ciglio». Ma per chiudere «l’affare universitario» servono appoggi nei veri palazzi del potere.
    A coprire Bari ci pensano i due avvocati del Pd, che dall’agosto 2006 rappresentano Uniedil «in tutti i rapporti con progettisti, costruttori, partner imprenditoriali, banche, finanziatori e pubblica amministrazione ». Sisto è il vicepresidente della Provincia per il Pd, suo fratello è parlamentare del Pdl. E Di Cagno è intimo di D’Alema: a Bari tutti ricordano che restò ferito nell’incidente d’auto in cui morì la prima fidanzata dell’ex premier di sinistra. I due avvocati concordano ogni mossa direttamente con Labellarte, anche se difendono pure i suoi familiari, già allora indagati per il riciclaggio dei soldi della bancarotta. Ai boss mafiosi, intanto, Labellarte spiega che i legali vanno considerati «non soci ma quasi».
    Mentre il prestanome Martino si lamenta delle parcelle: «È tipico dell’avvocato: prima di parlare, devi dargli i soldi… Ma se vogliono partecipare, le regole sono quelle dell’imprenditore». A Roma invece ci arriva Elvira Savino, 32 anni, dal 2008 parlamentare del Pdl. Prima delle nozze viveva con Sabina Beganovic Le due amiche, in cambio di regali (e, per Elvira, di 3.500 euro e altri «aiuti per la campagna elettorale») hanno accettato di figurare come intestatarie di due conti bancari, all’Antonveneta di Palese (l’aeroporto di Bari), in realtà gestiti da Labellarte. Dal 18 aprile 2005 al 28 febbraio 2008. I due conti fanno parte di un sistema di sei depositi- paravento usati da Michele per ripulire 120 mila euro del clan Parisi. Sei affidamenti da 20 mila euro l’uno «prelevati tutti per cassa in 14 minuti, con la complicità del direttore di banca e di un’impiegata».

    La Savino è la sola indagata perché, telefonando a Labellarte, si dimostra informatissima del suo crac. E non fa una piega quando Michele le spiega di aver lasciato «l’appartamento di Malindi» a un’altra prestanome: «Lei dice: ma non se lo compra nessuno… Madonna mia, ma che è? L’ha pagato lei?». Sabina "Began", invece, «non sa neanche il numero del conto». L’amica parlamentare si rivela preziosa soprattutto per ottenere le «manifestazioni d’interesse» di due ministeri, Istruzione e Sviluppo Economico, necessarie a sbloccare il maxi-campus. Dopo 32 telefonate in 26 giorni della deputata barese, è Mariastella Gelmini, il 24 giugno 2008, a scrivere al sindaco di Valenzano annunciando «il mio apprezzamento» e «il mio più vivo compiacimento» per «il lodevole progetto».
    Negli stessi mesi i mafiosi perdono la pazienza. Nel dicembre 2007 due scissionisti minacciano di morte Labellarte, rivendicando la loro «cibanza»: una fetta dei soldi. Il riciclatore, terrorizzato, si nasconde per una settimana in un residence di Bari. Il 24 dicembre finalmente lo richiama l’avvocato Di Cagno. Labellarte gli dice testualmente: «Sono bracciato da questi, ve ne ho parlato anni fa… Si stanno sparando, si stanno uccidendo… È una guerra tra di loro che purtroppo, avendo un rapporto di amicizia, di conoscenza, per avergli fatto qualche favore a qualcheduno, che però consiste nel metterli a lavorare… Ma non si può ragionare con questi cristiani… Io comunque mi sono nascosto, non esco di qua».
    A Di Cagno interessa solo farsi prestare «l’appartamento di Montecatini ». Che non è di Michele: è intestato ai prestanome e utilizzato dagli Stramaglia. Labellarte gliel’aveva già prestato, dicendo ai mafiosi di «sparire, perché deve venire l’avvocato con la scorta dei carabinieri ». Ma ora si rifiuta e motiva a Di Cagno il perché: «Ti dico solo che tutti i mobili stanno verniciati d’oro, sembra proprio la casa di uno di quelli… Perché quel bastardo ha dato le chiavi a uno di quei figli di p…». Nella stessa telefonata, Labellarte spiega a Di Cagno perché, per sfuggire all’agguato, non può accettare la singolare proposta dell’avvocato Sisto: «Perché non è possibile, come diceva Onofrio: "Andiamo da un altro più potente"… Non esiste. Che facciamo, spostiamo la palla da una parte all’altra?».
    Il 13 gennaio 2008 i due «ragazzi» scissionisti, che «hanno visto "il capo dei capi" e si sono montati la testa», vengono puniti. Ad ammazzarli è un killer di Stramaglia, il padrone della casa di Montecatini. L’affare universitario intanto va a gonfie vele. L’insospettabile della Nauticar e un politico riciclatore dell’Udc di Valenzano gongolano: «Michele sta facendo un impero… Tra un po’ arriva con l’elicottero». Nel 2009 il boss Parisi esce dal carcere, accolto dai fuochi d’artificio del suo "quadrilatero" di casermoni grigiorossi, accanto allo stradone di periferia del quartiere Japigia. Negli anni ’80 era un fortino della droga: un inferno vietato ai cittadini perbene.
    Ora Savinuccio, appena scarcerato, chiede al suo manager i soldi per un bel traffico di cocaina: 50 mila euro che Labellarte gli procura all’istante, tra una telefonata e un aperitivo nei bar del corso con avvocati, ingegneri e politici. Ma la scorsa primavera gli eventi precipitano. Il 23 aprile un affiliato uccide Stramaglia. Mentre Labellarte scopre di avere un tumore. Parisi si preoccupa: «E se quello muore? I soldi dove stanno?». Il 3 maggio 2009 il boss è costretto ad esporsi: deve chiedere personalmente il rendiconto a Labellarte, ricoverato all’ospedale di Bari. Il Gico filma e registra l’intero colloquio. Parisi: «La vita tua è la vita nostra… Noi per te vogliamo la vita lunga… Ma se succede qualcosa a te, noi dove dobbiamo andare? Noi dobbiamo mettere i soldi in sicura, perché a livello di cognomi questi sono già bruciati». Labellarte gli risponde di mandargli Valenzano, l’imprenditore incensurato, che troverà nuovi «soci».
    E i famosi tre milioni di euro iniziali? Labellarte: «Ho delegato un commercialista per tutta l’operazione… Allora, questi tre, se me li danno in nero, dovrei darveli in un paio di mesi. Ma se me li danno regolari, li devo tirare fuori in modo regolare tramite i miei soci…». Parisi s’illumina: «Ho capito: dobbiamo tenere le carte tutte in regola… Noi possiamo aspettare».

    Conclusione: a Valenzano bisogna «chiudere le cose» senza «persone soggette ad arresto». E poi «regolarizzare» con il boss: «Questo è per me». L’intercettazione al capezzale chiude il cerchio sul campus di mafia, mentre i finanzieri del colonnello Gianluigi D’Alfonso continuano a smascherare conti e società. Quando il giudice accoglie le richieste della procura, scatta un piano militare: il clan paga sentinelle ovunque, bisogna colpire di sorpresa. In città, la notte del primo dicembre, non si vede un solo finanziere. Ma attorno a Bari ce ne sono più di mille. Alle 3.30 il generale Straziota ordina l’attacco. Due elicotteri illuminano a giorno il quartiere Japigia e la splendida città vecchia. La mala-Bari è espugnata. E ora tremano i quartieri alti

    (10 dicembre 2009)

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  • Vincenzo Capozzi 11:20 pm on October 27, 2009 Permalink | Replica
    Etichette: cuffaro, you tube   

    Cuffaro denuncia 4000 utenti Youtube per un video in cui attacca Giovanni Falcone 

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    GUARDA IL VIDEO IN CUI ATTACCA GIOVANNI FALCONE.

    Forse sarà l’inverno che continua a tardare, ma in questo momento in Italia più che i fiocchi di neve a fioccare sono le querele. Nuova moda tra i politici, che si divertono a seminarle come caramelle al minimo accenno di presenza non “concordata” sugli organi di stampa. La denuncia fatta dal senatore siciliano Totò Cuffaro ha però pochi precedenti. Il baldo ex presidente della regione siciliana ha querelato, in un sol colpo, quattro mila utenti You Tube. Rei di aver commentato in maniera “birichina” il suo intervento in una puntata di Samarcanda del lontano 26 settembre 1991. In quell’occasione un giovane Cuffaro accusò di “giornalismo mafioso” i cronisti e i magistrati presenti. Accusandoli d’infangare “la migliore dirigenza che la Democrazia cristiana avesse mai avuto in Sicilia”. Sul palco del Costanzo show, attaccato da Cuffaro, c’era quel Giovanni Falcone che da lì a poco sarebbe saltato in aria. Vittima del tritolo posto sulla sua strada dalla mafia di Riina.

    GUARDA IL VIDEO IN CUI ATTACCA GIOVANNI FALCONE.

    Il video è stato pubblicato sul sito due anni fa e i commentatori si sono scatenati con considerazioni senza filtro sul politico. Utilizzando, cosa comune sul web, un nickname che prende, in molti casi, il posto del nome anagrafico. A Cuffaro questo non è piaciuto e i legali del senatore sono arrivati il 5 ottobre in Procura con i faldoni gonfi di chiose stampate da Internet. Perché con due anni di ritardo? Ovvio! Ora la querela fa “trandy”. Ma tutti i quattromila commenti sono ingiuriosi? Questo non è dato sapere. Ma intanto la querela è fatta e, per dirla in siciliano: “po’ si vidi”.

    Immaginatevi però se al Senatore, condannato in primo grado per favoreggiamento semplice e rivelazione di segreti d’ufficio a cinque anni di reclusione, fosse data ragione. Sarebbe una rivoluzione. Facciamo un esempio: ogni arbitro potrebbe querelare un’intera curva che tutte le maledette domeniche gli dedica, a lui e gentile consorte, epiteti non riportabili. Oppure gli automobilisti la mattina potrebbero denunciare tutta la tangenziale per colpa di chi, passando, gli indica la via più vicina per recarsi in luoghi diciamo “esotici”.

    Maxi querela che di certo per la sua complessità, si dovrà chiedere una rogatoria internazionale perché YouTube è un sito californiano e alcuni utenti Internet sono italiani ma residenti all’´estero, non produrrà nessun esito. Ma lancia un messaggio chiaro: “Lasciatemi in pace: non parlate di me!”. In realtà questo è l’ultimo caso della querela utilizzata come forma d’intimidazione. Ma non è un fatto isolato. In Italia ormai le intimidazioni sono all’ordine del giorno. Condanni un Presidente del consiglio e allora delle telecamere ti pedinano e diventi un tipo “stravagante” se indossi calze turchesi (ma la polizia penitenziaria porta il basco dello stesso colore, mica saranno stravaganti anche loro). Magari il capo di quelle televisioni porta i tacchi, si fa trapiantare i capelli e indossa bandane. Ma lui stravagante non è: noblesse oblige.

    GUARDA IL VIDEO IN CUI ATTACCA GIOVANNI FALCONE.

    La morale della storia è semplice e nel contempo tragicomica: decine di poliziotti dovranno inseguire su piste virtuali un fantomatico Enzo da Catania inteso il “turbominchia” per scoprirne la reale identità. Ma con tutti i problemi che abbiamo non sarebbe meglio che le forze dell’ordine fossero libere di occuparsi di cose un tantinello più serie? Ai querelanti l’obbligo della risposta.

    di Gaetano Alessi

    fonte: http://www.articolo21.info/6036/editoriale/e-toto-cuffaro-querelo-tutti.html

     

     
  • Vincenzo Capozzi 1:48 pm on October 17, 2009 Permalink | Replica
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    Annozero – Rassegna sulla puntata “Verità nascoste” 8 ottobre 2009 – Parte II

    Le ultime scoperte…

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    Via D’Amelio, le ragioni di Gioacchino Basile

    12 ottobre 2009 di Francesco Contini

    « Chiedo al senatore Nicola Mancino, del quale ricordo negli anni immediatamente successivi al 1992 una lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. O spiegarci perché, dopo avere telefonato a mio fratello per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Polizia Parisi e il dottor Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente… In quel colloquio si trova sicuramente la chiave della sua morte e della strage di Via D’Amelio».

    Così si esprimeva Salvatore Borsellino, fratello di Paolo da sempre impegnato per far luce su quei terribili anni, in una lettera del 19 luglio 2007 indirizzata all’allora ministro degli interni Nicola Mancino.

    Il 1992 fu l’anno di passaggio fra la prima e la seconda Repubblica, l’anno in cui il panorama politico si ridefinì fino a trovare un nuovo equilibrio con la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e la vittoria alle elezioni politiche del 1994. Il 23 maggio 1992 fu ucciso, vicino Capaci, Giovanni Falcone. E meno di due mesi dopo, in via D’Amelio, esplose la bomba che ammazzò il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. L’agenda rossa di Borsellino, dove si trovavano le annotazioni più importanti del giudice, non fu mai più ritrovata. Proprio su quest’ultimo attentato si affollano le ipotesi e le ricostruzioni: un patto fra Stato e Mafia che avrebbe visto Paolo Borsellino opporsi fino a perdere la vita, oppure gli affari di Fincantieri, sui quali stava indagando Paolo Borsellino, e che vedevano collusi gli apparati locali dello Stato?

    VIDEO – BORSELLINO SAPEVA DEL PATTO TRA STATO E MAFIA-Claudio Martelli a Annozero

    La prima ipotesi ha trovato nuovo vigore con le rivelazioni ad Annozero dello stesso Claudio Martelli, ministro di Grazia e Giustizia fino a poco prima della morte di Borsellino, quando venne improvvisamente sostituito, e che ha sostenuto che Paolo Borsellino venne a conoscenza dell’iniziativa degli investigatori di prendere contatti con i boss della mafia Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, al fine di un probabile accordo, le richieste del quale sono contenute nel famoso papello ritrovato nella residenza dei Ciancimino a Palermo. Prima di pubblicare però la lettera aperta che ci è giunta in redazione da Gioacchino Basile, sarà bene però delineare alcuni dei protagonisti di questa triste storia.

    Carlo Vizzini, attuale esponente del PDL alla Camera dei Deputati, era allora segretario del PSDI e subito coinvolto in Mani Pulite per lo scandalo delle tangenti Enimont. Il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, oggi lo accusa di aver ricevuto tangenti per 900 mila euro, accusa che lo costringe a dimettersi dalla Commissione nazionale antimafia. Per questo è iscritto nel registro degli indagati della DDA di Palermo per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento di Cosa Nostra assieme ai politici dell’Udc Totò Cuffaro, Saverio Romano e Salvatore Cintola. A suo dire fu uno degli ultimi a cenare con Paolo Borsellino, come ha dichiarato per il Tempo a Fabrizio dell’Orefice.

    Gioacchino Basile nel 1971 venne assunto come operaio presso la Fincantieri, dove iniziò presto a svolgere attività sindacale. Arrivò ad essere eletto rappresentante dei lavoratori nel consiglio di fabbrica nel 1988 e nel consiglio del CRAL aziendale l’anno successivo. In seguito alle sue denunce contro le compromissioni mafiose nell’azienda e al coinvolgimento dei lavoratori nella lotta contro la mafia, venne espulso dal sindacato (FIOM-CGIL) nel 1990 e nello stesso anno venne licenziato. (da Wikipedia) Da allora non ha smesso di impegnarsi contro la Mafia.

    Ordunque, secondo le recenti dichiarazioni di Vizzini, Paolo Borsellino nell’ultima cena parlò in particolare dei rapporti fra mafia e appalti. Salvatore Borsellino rimane invece convinto dell’idea, considerando anche il coinvolgimento di Bruno Contrada, che furono i più alti piani dello Stato ad organizzare la strage di via D’Amelio.

    Ecco la lettera di Gioacchino Basile indirizzata a Salvatore Borsellino, giuntaci in redazione:

    Caro Salvatore, ti ringrazio per la domanda che hai rivolto a Carlo Vizzini, che spero abbia il coraggio di rispondetrti pubblicamente. (sic.)
    Siamo sulla strada giusta anche se resta sbagliato il tuo convincimento sul movente, che assegna la maledetta del strage del 19 luglio 1992 alla trattativa fra lo Stato e la feccia criminale associata in “cosa nostra”; renditi conto che questa ipotesi non ha dignità a fronte della minima intelligenza umana.
    Lo Stato, anche il più indegno e lacerato Stato non può essere ostaggio dell’accozzaglia criminale o dei Ciancimino dell’ultima ora, che dopo la morte di Salvo Lima contavano meno del due di coppe, quando la briscola è a denari !!! Questa è solo mùnnezzà che serve a depistare la vergognosa verità che volle i nostri Eroi morti per salvare gl’infami che dentro la Magistratura è le Istituzioni più in generale tradivano la nostra Costituzione per salvare i loro infami padroni politici che ancora oggi nascondono le loro infamie dietro i vessilli insanguinati dei nostri Eroi.
    “La nuova” sortita “dell’antimafioso” Carlo Vizzini indica finalmente chi erano i due Magistrati che cenarono con tuo fratello Paolo a Roma, la sera del 16 luglio 1992:
    «Era iperattivo, lucido, molto tosto e interessato alle nostre proposte e mi colpì per il fatto che chiese l’intera documentazione e se la fotocopiò. Fu un colloquio franco e leale». Fu quello il primo incontro con il magistrato che sarebbe stato ucciso di lì a poco. Il secondo e ultimo avvenne il 16 luglio, tre giorni prima dell’eccidio di via D’Amelio. «Andò così – ricorda Vizzini -. Mi chiamarono lui, Lo Forte e Natoli. Erano a Roma e nel tardo pomeriggio avevano finito di lavorare, perché quel giorno avevano sentito il pentito Mutolo. Volevano vedermi, diedi loro appuntamento a un ristorante di piazza di Spagna. Il Moccoletto, si chiamava. Al tavolo eravamo solo noi quattro».
    A priscindere dal fatto che in una trasmissione televisiva della tarda primavera del 2007, Carlo Vizzini rivolgendosi a tua sorella, si onorava d’aver cenato insieme a tuo fratello ed un’altro Magistrato la sera del 16 luglio a Roma è quindi uno è non due, come afferma adesso; di Lo Forte non necessitano commenti.
    Ora c’è anche il nome di Natoli di cui avevo fondati dubbi che lo rappresentavano nello scenario del mio movente.
    Salvatore, i Magistrati siciliani ci daranno veramente un inequivocabile segnale di onestà nei confronti della nostra Costituzione, solo quando inizieranno quelle cristalline indagini che debbono portare necessariamente; o Gioacchino Basile in galera per le eventuali ed indegne calunnie consumate contro quei Magistrati che si dicono amici di tuo fratello, oppure la distruzione di quell’infame siparietto di carta che nasconde il volto malvagio ed infernale di quei servi del potere ad ogni costo che con le loro infami e calunniose omissioni, hanno negato l’accesso alla dignità ed alla democrazia del popolo siciliano.
    Che Dell’Utri sia stato amico dei mafiosi è fatto inconfutabile che sò da sempre. Che il buttaniere è quant’altro gli si vuole attribuire, abbia usato i criminali per difendere i suoi interessi è altrettanto inconfutabile: «chi sarebbero quegli onesti imprenditori che non lo hanno fatto?!!».
    Ma in ordine alle infami stragi del 1992 bisogna guardare dentro le indegne e infami compromissioni di Fincantieri le partecipazioni Statali e dei loro servi.

    Gioacchino Basile

    http://www.thepopuli.it/2009/10/strage-paolo-borsellino-via-damelio-basile-mafia-riina-provenzano/

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    Roma, 12.10.2009 | di Norma Ferrara

    Quel dialogo fra Cosa nostra e lo Stato

    Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate

    Strage di via dei Gergofili
    Solo pochi giorni fa ai microfoni di *Annozero *Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l’allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24 descrive attraverso il racconto del capitano Ultimo l’arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c’è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all’arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato “La Trattativa” il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di Capaci e via d’Amelio.

    Dopo aver scritto dell’arresto di Riina lei pubblica nel 2002 “La
    Trattativa”. Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?

    Solo alcuni anni dopo l’intervista al capitano che arrestò Riina mi resi
    conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza del processo per la strage di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti: quelli di contrastare cosa nostra, in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all’opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e l’apparente suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d’inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”. L’inchiesta, nonostante fosse riportata in una richiesta di archiviazione, conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre
    accadevano.

    Quali elementi?

    Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l’inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l’omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa, Repubblica, vicina ai Servizi segreti. A scriverlo con ogni probabilità fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l’andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scrisse dopo l’omicidio Lima intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”. Dopo l’ arresto di Rina all’inizio del 93 seguirono una serie mai vista prima di episodi strani: attentati contro chiese e palazzi fiorentini e romani, fatti in
    luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo
    del potere, delle istituzioni e della massoneria.

    Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?

    Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati
    ricostruiti alcuni scenari all’epoca sconosciuti. All’inizio degli anni ’90
    nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di
    queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e ci fosse l’interesse di qualcuno oltre atlantico a creare più un’ Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l’Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per essere cancellate dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l’attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell’Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.

    Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de “La Trattativa”, ad oggi?

    La strage di via d’Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia cheraccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti. Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l’attezione sull’uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza…

    Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell’ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell’Utri…

    Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.

    Prima ricordava della rilettura di Via d’Amelio… qual è stato il ruolo, se c’è stato, dei servizi segreti nelle stragi?

    Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d’Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d’approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d’Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.

    I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?

    A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l’allora
    Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei
    Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse
    addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro
    degli esteri ” senza episodi specifici che giustificassero questo
    cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant’è che alla fine gli
    avvocati chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché
    quel sorriso significava “non posso parlare”. Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.

    In questi ultimi anni l’attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia – Stato è stata diretta verso il famoso “papello”, elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso all’uso di registratori… ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al “papello”?

    Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste
    prove sarebbe di certo l’ultima cosa di cui parlerei sino a quando non
    fossero giunte in un’ aula di tribunale. Credo comunque che il filone del “papello” avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato
    rapidamente….

    Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura questa verità?

    Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l’andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti esterni di una strage.

    Notizie correlate:

    C’erano i Servizi segreti quel giorno in via D’Amelio? – di Norma Ferrara
    “E’ arrivato il tritolo per me” – di redazione
    Borsellino sapeva della trattativa – di Lorenzo Frigerio
    Solidarietà a Sandro Ruotolo – di Roberto Morrione
    Luce sulle stragi. Occorre fare presto – di Lorenzo Frigerio

    http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=8957

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    Consegnato ai magistrati il papello di Riina

    di Redazione – 14 ottobre 2009

    Palermo. Sarebbe stato consegnato da Massimo Ciancimino il famoso papello di Riina ai magistrati di Palermo. Sembrava una leggenda invece il foglio contenente le richieste che il capo di Cosa Nostra nel 1992 avanzò allo Stato in cambio della fine della strategia stragista, è ora una realtà oggettiva.

    Già questa mattina il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, durante un dibattito contro la mafia organizzato dagli studenti di sinistra, al polo di scienze politiche dell’Università di Firenze, aveva accennato all’ ipotesi che presto la Procura ne sarebbe venuta in possesso. Ora finalmente il “papello” sarebbe negli uffici giudiziari di Palermo disponibile al vaglio degli inquirenti.
    Se autenticato il documento tanto atteso potrebbe mettere in discussione molte delle versioni fornite dai vari soggetti che al tempo erano venuti a conoscenza della trattativa e rappresentare davvero una svolta nella ricerca della verità sulle stragi.
    A parlare per primo del “papello” era stato il pentito Giovanni Brusca il 13 gennaio 1998. Interrogato nel corso del processo di Firenze sulle stragi del ’93, il pentito aveva riferito dell’esistenza di una trattativa tra il capo di Cosa Nostra e lo Stato, intavolata dopo la strage di Capaci. Fu lo stesso capo di cosa nostra ad informarlo di quel dialogo .”Si sono fatti sotto – gli disse – gli ho presentato un ‘papello’ di richieste lungo cosi’”. Dodici istanze che avrebbero compreso una serie di agevolazioni per cosa nostra tra cui la revisione del Maxiprocesso, l’abolizione del carcere duro per i mafiosi, la revisione della legge sulla confisca dei beni, l’annullamento della legge sui pentiti ed altri ancora. Richieste che il capo di Cosa Nostra avrebbe inoltrato alle istituzioni dopo che il capitano del Ros dei carabinieri Giuseppe De Donno e il generale Mori avevano cercato con lui un dialogo con Riina attraverso la mediazione di Vito Ciancimino. Ora resta da stabilire chi oltre ai vertici del Ros aveva garantito questa negoziazione. Le ultime dichiarazioni dell’ex Ministro Martelli e la lunga audizione della dottoressa Liliana Ferraro, nel 1992 alla direzione del Ministero degli Affari Penali, durata quattro ore proprio nella giornata di oggi forse hanno già contribuito a fare chiarezza.

    http://www.antimafiaduemila.com/content/view/20544/

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    Trattativa: Ferraro conferma racconto Martelli

    14 ottobre 2009

    Palermo. Il verbale dell’ex direttore degli Affari penali Liliana Ferraro è stato secretato dai pm palermitani e nisseni.

    Secondo indiscrezioni, la Ferraro – oggi dirigente del Cesis, il coordinamento tra i Servizi segreti – avrebbe sostanzialmente confermato quanto raccontato da Claudio Martelli, pur con alcuni distinguo e dando delle giustificazioni, ritenute plausibili, sul silenzio mantenuto fino a oggi su una circostanza risalente a diciassette anni fa. La Ferraro, che è magistrato fuori ruolo, ha esposto comunque ricordi apparsi lucidi e precisi ai colleghi palermitani e nisseni che l’hanno interrogata.
    Nella sua deposizione Liliana Ferraro avrebbe spiegato il prolungato silenzio con il fatto che le notizie in suo possesso erano conosciute da altri soggetti istituzionali. Tra questi anche uomini di organi investigativi. Oltre all’audizione di Martelli, slittata a domani, i magistrati sentiranno nei prossimi giorni altre persone.

    ANSA

    http://www.antimafiaduemila.com/content/view/20542/48/

    Piano piano, delle verità stanno venendo a galla. Tuttavia, restano ancora dei punti da chiarire:

    Come trattò il CSM Falcone e Borsellino? Cosa disse la Magistratura Democratica su i due magistrati? Perché Di Pietro venne trasferito con la famiglia all’estero scortato dai servizi segreti , mentre gli altri morirono nelle stragi? Perché la maggior parte dei magistrati allontanava Falcone e Borsellino? Perchè la maggior parte dei magistrati era contrari alle super procure antimafia?

    Speriamo di trovare abbastanza materiale, magari tutto questi questiti potranno essere approfonditi in una prossima rassegna!

    Facebook | INFORMAZIONE LIBERA: Annozero – Rassegna sulla puntata “Verità nascoste” 8 ottobre 2009 – Parte II.

     
  • Vincenzo Capozzi 1:44 pm on October 17, 2009 Permalink | Replica  

    Annozero – Rassegna sulla puntata “Verità nascoste” 8 ottobre 2009 – Parte I

    Annozero – “Verità nascoste” 8 ottobre 2009

    Riportiamo una serie di articoli dedicati alla puntata dell’8 ottobre (c.a.).

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    sabato 10 ottobre 2009

    Fango sul premier, le bugie mafiose di Annozero

    di Gian Marco Chiocci

    Altro che rivelazioni choc sulla «verità nascosta» delle stragi di mafia. Altro che Berlusconi con la coppola, e con lui Dell’Utri. Nell’orgia di commenti entusiastici per il muro di gomma mafioso abbattuto dalla trasmissione Annozero, nessuno s’è reso conto che i misteri aumentano e gli interrogativi pure. A partire da questo, apparentemente slegato alle inchieste di mafia sul premier: come mai mentre quattro procure cercano di chiudere il cerchio sul presidente del Consiglio, improvvisamente l’ex ministro Claudio Martelli [1] sente il bisogno di dire che effettivamente lo Stato aveva avviato una trattativa con Cosa nostra? E perché ha rilanciato cose non dette esplicitamente in precedenza, come quella riferitagli riservatamente dall’ex collaboratrice di Giovanni Falcone, Liliana Ferraro, che raccontò di quando disse al giudice Borsellino del colloquio avuto con il capitano del Ros De Donno (che smentisce) a proposito della disponibilità di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di garanzie politiche? Dopo l’immediato annuncio della sua convocazione in procura a Palermo, l’ex esponente socialista è corso a rettificare il tiro all’agenzia Ansa sostenendo che per «Stato», nella trattativa, lui non intendeva dire il governo, perché «Stato» sono anche i funzionari e i magistrati, ma soprattutto i «carabinieri». In questo caso, quelli del Ros del generale Mario Mori sospettato dai pm di essere stato vicino a Dell’Utri e Berlusconi per le cose siciliane. «Il Ros – osserva Martelli – non aveva alcun titolo per intavolare un’azione di persuasione e per interloquire a quel modo, spettava alla Dia. Da parte dei carabinieri può aver giocato una forma di presunzione o arroganza, del tipo, ora ve lo facciamo vedere noi come si combatte la mafia».
    Dubbi, ancora dubbi. Se la signora Ferraro è stata anch’essa convocata in procura è segno che in tutto questo tempo l’ex collaboratrice di Falcone (oggi ai servizi segreti con Gianni De Gennaro) non ha trovato occasione per riferire quanto sapeva né al processo di Caltanissetta dov’è stata ascoltata, né ai magistrati che indagavano, e indagano, sulle stragi. I pm siciliani vogliono sapere da lei perché, se è vero quel che ha detto Martelli, parlò del colloquio di De Donno a Borsellino quando i titolari delle inchieste su Ciancimino e sul filone mafia-appalti e politica erano altri due magistrati, Lo Forte e Pignatone. Qualcosa sfugge. Perché se è vero che la Ferraro andò da Borsellino a raccontargli della trattativa, eppoi Borsellino si «oppose con tutte le forze» all’iniziativa del Ros che trattava con i killer di Giovanni, come mai solo tre giorni dopo il giudice decide di affidarsi proprio al Ros per svolgere indagini sul filone degli appalti considerato dallo stesso Borsellino una possibile concausa della strage di Capaci? E se è vero, com’è dimostrato in atti, che l’incontro Borsellino-De Donno-Mori avvenne nella caserma Carini di Palermo il 25 giugno del 1992 (la Ferraro avrebbe parlato a Borsellino dell’iniziativa del Ros il 23 giugno) è allora lecito ipotizzare che forse Borsellino non «si oppose con tutte le forze» alla trattativa intavolata da quelle persone a cui lui si affidava per trovare i killer di Falcone.

    Ma torniamo a Martelli. Il 12 marzo 1998, per le accuse del pentito Angelo Siino sugli affari in comune con Raul Gardini, l’ex ministro viene preso a verbale dai pm di Caltanissetta, Giordano e Tescaroli. In dieci pagine racconta di tutto, ma nulla sulla trattativa. Idem nell’interrogatorio del 30 luglio ’99 dove Martelli fa solo un accenno alla dottoressa Ferraro, come depositaria non dei segreti della trattativa bensì dei ricordi della guerra Giammanco-Falcone.
    Della «trattativa», per come l’ha raccontata ad Annozero, Martelli non ne ha parlato nemmeno nelle ultime interviste del 21 luglio scorso a Liberal e del 25 luglio a Il Tempo. «Ma ne ho parlato in precedenza, in altre due» ha spiegato l’ex ministro all’Ansa. Che ha ritrovato la memoria con enorme ritardo al pari di Luciano Violante, tirato in ballo da Ciancimino junior, convocato il prossimo 20 ottobre al processo Mori-Obinu. A fronte di chi ritrova improvvisamente la memoria, c’è chi la perde del tutto: è Antonio Di Pietro, che da Santoro ha sostenuto di non aver mai avuto a che fare con Ciancimino quand’invece, afferma la difesa degli ufficiali Mori e De Donno, è documentato un suo interrogatorio all’ex sindaco rinchiuso nel carcere di Rebibbia nel 1993. E ancora. Nel suo monologo sulla mafia ai tempi di Dell’Utri e Berlusconi, Marco Travaglio parla dell’esistenza di una lettera scritta da Provenzano a Berlusconi nel quale si promettevano appoggi politici in cambio di una televisione. Il pensiero riportato da Travaglio è lo stesso dei pm palermitani che confrontando la scrittura riportata nel foglio con la grafia di Provenzano, presto si sono però accorti dell’abbaglio preso. Rosalba Di Gregorio, avvocato del boss corleonese, conferma che quella non è assolutamente la scrittura del suo assistito. Persino Ciancimino junior ha ammesso d’essersi sbagliato nell’attribuirla prima al padre e poi al Padrino. Sbagliare è lecito, perseverare no. A meno che tutto non rientri in una strategia mediatico-giudiziaria di delegittimazione dell’avversario, sulla falsariga di quella che poi portò al suicidio il maresciallo dei carabinieri di Terrasini, Antonino Lombardo [2]. Due giorni prima di convincere il boss Tano Badalamenti a testimoniare in Italia al processo Andreotti, durante il programma Tempo reale di Santoro, il maresciallo venne bollato come mafioso dall’ex sindaco Orlando. Lombardo capì l’antifona, scrisse due righe a moglie e figli, e si sparò in testa. Non era mafioso. È morto innocente.

    http://www.ilgiornale.it/interni/fango_premier_le_bugie_mafiose_di_annozero/10-10-2009/articolo-id=389601-page=0-comments=1

    Anche Il Tempo parla di bugie:

    http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2009/10/10/1079718-bugie_santoro_sulla_mafia.shtml

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    10 ottobre 2009, in Peter Gomez

    Stragi, il ricatto bipartisan dei boss

    da Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009

    Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ’93 e il ’94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.

    A Berlusconi – ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d’interrogatori davanti ai pm – la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.

    All’indomani della puntata di “Annozero” in cui l’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino [3] (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.

    Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.

    Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.

    È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.

    http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2353575

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    Di Pietro, Santoro, Tangentopoli. L’uso improprio di mezze verità

    10 ottobre 2009

    Roberta Lemma

    http://www.flickr.com/photos/85261341@N00/319537908/

    Tangentopoli cominciò il 17 febbraio 1992. Il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per Mario Chiesa per reati contro lo Stato, arrestato e condannato lo ritroveremo nel 2009 indagato e riarrestato per smercio rifiuti tossici nel nord d’Italia. Il 6 dicembre 1994 l’on. Di Pietro si dimetterà clamorosamente dalla magistratura poche ore prime del rilascio, da parte della procura di Milano, dell’autorizzazione a procedere per l’interrogatorio dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, indagato per corruzione.

    Di Pietro addusse l’esigenza che i veleni sul suo conto – dal “poker d’assi” di Rino Formica al dossier de “Il Sabato” che altro non è se non un duro elenco di accuse e calunnie a danno del manistrato di mani pulite, dall’inchiesta del GICO sull’autosalone di via Salomone alle indagini bresciane attivate dalle denunce degli inquisiti – non danneggiassero l’immagine della Procura di Milano. Successivamente lamentò come ragione scatenante la fuga di notizie sul mandato di cattura a Berlusconi, reso noto durante la conferenza di Napoli sul crimine transnazionale mentre Di Pietro si trovava a Parigi per rogatorie internazionali. Forza Italia nasce il 18 gennaio 1994. subito dopo le dimissioni di Di Pietro, come oggi, a fronte della grave crisi politica italiana e della fine dell’era berlusconiana, Montenzemolo lancia ufficialmente la sua Italia Futura.

    Giovanni Falcone viene ucciso il 23 maggio 1992 qualche mese dopo lo scandalo mani pulite.

    Guardando il susseguirsi delle date che si accavallano e alternano al contempo domande nascono spontanee ma anche dubbi si affacciano dal dirupo dei misteri italiani.

    Gran parte del Popolo Italiano, se invitato ieri da Santoro forse avrebbe domandato questo agli ospiti in studio e soprattutto all’ex toga:

    C’era forse l’intento occulto dietro l’improvviso scoppio di Tangentopoli?

    Una bomba ad orologeria in Mani pulite?

    Come mai tutto scoppia nel 1992, poco prima delle stragi di Falcone e Borsellino, 10 giorni dopo la firma del trattato di Maastricht dei 12 paesi membri della futura Ue e dell’Euro? La corruzione dilagava da anni, anzi, nasceva a monte della grande guerra, si confermava con Cefis e le 7 sorelle.

    Come mai i pm prima non sentivano e non vedevano, oppure venivano zittiti dai loro capi?

    Interrogativi ai quali non è stata fornita alcuna risposta.

    Domande mai poste, ieri ad Annozero si è parlato di tutto, di molto, ma nulla è stato detto di quel che non fosse già di pubblico dominio o che non intaccasse altri che il premier e i suoi tirapiedi!

    Un episodio fino ad oggi mai chiarito su Tangentopoli e Di Pitero.

    “Mani Pulite International”, ovvero “Transparency International”, nata dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 per iniziativa del principe Filippo di Edimburgo con membri in mezza Europa. Dalla Banca Mondiale – sua principale ispiratrice – fino ai leghisti della Padania. Stando ad alcune ricostruzioni, infatti, Mani Pulite International avrebbe subito trovato impulso tramite il responsabile della Banca Mondiale per il Kenya, Peter Eigen, promotore di una linea anti-corruzione a tutto campo, anche a costo di sterminare diritti, annientare fondi per i paesi in via di sviluppo e via cantando.

    «Alla fine della guerra fredda – dichiarò Eigen – i tempi erano maturi e assieme ad alcuni colleghi decisi di procedere indipendentemente con l’iniziativa». Venne stilato una sorta di decalogo, in base al quale era possibile, anzi lecito e quasi dovuto intervenire nelle nazioni a rischio-corruzione, nei loro affari interni. Non pochi storici ricordano il caso del presidente di Deutsche Bank, Alfred Herrhausen, che osò sfidare la politica a tutto campo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale: il 30 novembre 1989 verrà trovato ucciso.

    Tra la xalegislatura, finita il 22 aprile 1992 e la XIa legislatura, 23 aprile 1992 dell’era Giuliano Amato, l’inchiesta del Procuratore di Palmi, Agostino Cordova. Un’inchiesta sui rapporti tra massoneria, ’ndrangheta calabrese, politica, con decine di faldoni di migliaia di pagine.

    Cordova svolse approfondite indagini sulle obbedienze italiane, arrivando ad accertare che nessuna di esse risultava svolgere le nobili attività dell’arte muratoria, ma che molte invece erano dedite ad attività affaristiche e in alcuni casi illecite, e all’interno delle logge, importanti politici andavano a braccetto con mafiosi e criminali, perche la P2 non è stata mai davvero smantellata.

    L’inchiesta di Cordova passa nelle mani del ministro dell’Interno Nicola Mancino, qui l’inchiesta si perde, si insabbia, sparisce.

    Il 25 aprile il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga attraverso un messaggio televisivo si dimette dalla carica, verrà sostituito da Oscar Luigi Scalfaro.

    Il 23 maggio a Capaci uccidono Falcone, la moglie e gli agenti della scorta, una strage.

    Falcone stava indagando e inseguendo un flusso occulto di soldi fino ad intravedere il circuito tra mafia e importantissimi circuiti finanziari internazionali, intelligence americana e Maastricht. Aveva anche scoperto che alcuni prestigiosi personaggi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche.

    Il 2 giugno al largo di Civitavecchia sul panfilo della Regina Elisabetta II avviene il più grande saccheggio dei patrimoni pubblici d’Italia, per opera dei potentati bancari.
    In quell’incontro i rappresentanti della finanza internazionale (poteri anglo-olandesi e statunitensi) discussero assieme ad esponenti del mondo bancario e societario italiani le privatizzazioni e le riforme politiche per l’Italia, nel contesto del “progetto euro”. Non a caso il Trattato di Maastricht, che codifica il sistema euro-EMU, fu sottoscritto proprio quell’anno e su questo indagavano Falcone e questo troveremo sull’agenda rossa di Borsellino.

    Giulio Tremonti, presente sul panfilo – per sua stessa ammissione – disse al Corsera che la “crociera sul Britannia simbolizzò il prezzo che il paese dovette pagare tanto per ‘modernizzarsi’ quanto per restare nel club”. Il club dei poteri forti, dei baroni incontrastati.

    Sul panfilo i erano anche i rappresentanti delle banche Barings e S.G. Warburg, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Salomon Brothers, Mario Draghi direttore generale del ministero del Tesoro, Beniamino Andreatta dirigente ENI, Riccardo Galli dirigente dell’IRI.
    Importanti aziende (come Buitoni, Locatelli, Neuroni, Ferrarelle, Perugina, Galbani, ecc.) sono state svendute ad imprenditori che agivano in comune accordo con l’élite finanziaria anglo-americana, altre (Telecom, ENI, IRI, ecc.) sono state smembrate e/o privatizzate. L’inixzio della recessione economica decisa sul panfilo della regina d’Inghilterra, territorio della massoneria indiscussa.

    Il 19 luglio il giudice Paolo Borsellino salta in aria in via d’Amelio, assieme alla scorta.

    Nel settembre 1992 lo speculatore ungaro-statunitense-israeliano George Soros sferra l’attacco che decreterà la fine della Lira, un attacco studiato a tavolino con i partecipanti al banchetto del panfilo.
    Carlo Azeglio Ciampi all’epoca è governatore di Bankitalia e Lamberto Dini Direttore Generale.
    Tale criminoso attacco da parte dell’élite anglo-olandese e statunitense, rappresentata in quella circostanza dall’israelita Soros (agente dei Rothschild), portò ad una svalutazione della lira del 30% e il prosciugamento delle riserve della banca d’Italia che fu costretta, come concordato, a bruciare 48 miliardi di dollari nel vano tentativo di arginare la speculazione.
    L’enorme crisi portò alla scioglimento del Sistema Monetario Europeo (SME).

    Qui, entra in gioco e si colloca Tangentopoli. Manipulite è servito ad attaccare obiettivi politici ben precisi, e dare a noi popolo l’illusione di una pulizia che invece non è mai avvenuta. I poteri forti, quelli veri, hanno continuato a lavorare nell’ombra, assolutamente indisturbati.
    Sepolto il dossier Cordova, Falcone e Borsellino e azzittito De Magistris tutto il disegno si è compiuto. Why-Not che riprendeva il filone lasciato in eredità, una scomoda eredità, da Falcone e Borsellino riprendeva le fila di quel discorso, di quell’inchiesta che svelava gli altarini dei poteri forti che ancora oggi vivono e comandano nello e all’interno dello Stato italiano.

    Ma poi lo scandalo procure, Prodi che cade e l’attenzione che nuovamente viene dirottata su ‘ altro ‘.

    Ora attendiamo un nuovo pentito o giudic eo magistrato speciale, che riprenderà le redini dell’inchiesta che riparlerà della collusione tra massoneria, apparati dello Stato e criminalità organizzata, e naturalmente finirà tutto con un attentato, con un cambio di governo e lo spostamento a Roma dell’indagine altri scandali a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica.

    Abbiamo un proliferare di enti stranieri che si interessano dei fatti nostri e trovano un megafono nei nostri anti-sistema. Il nostro fare politica si è ridotto a rispondere alle sollecitazioni di questi signori.

    Per quanto ancora ci faremo manipolare?

    http://www.thepopuli.it/2009/10/di-pietro-santoro-tangentopoli-mezze-verita/

    ————————–—–

    Verità Nascoste, il racconto di Sandro Ruotolo – Parte I

    http://www.youtube.com/watch?v=3b5LfOm2r3A

    Annozero “Verità Nascoste”. Il racconto di Sandro Ruotolo – Parte 2

    http://www.youtube.com/watch?v=qyaz-gp1mOQ

    ————————–—–

    L’ultima in tervista di Paolo Borsellino ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi – 19 Maggio 1992:

    http://www.facebook.com/video/video.php?v=1027708753168

    Trascrizione dell’intervista:

    http://www.nuovasocieta.it/inchieste/2567-ddr.html

    Note

    [1] http://it.wikipedia.org/wiki/Claudio_Martelli

    [2] “Il ”veneficio” del maresciallo Lombardo: http://www.laltrasicilia.org/modules.php?name=News&file=article&sid=1081

    [3] La smentita di Nicola Mancino:

    • Intervista ad Alaya (ex PM del Pool Antimafia negli anni ’90)

    http://www.youtube.com/watch?v=Duy4a3u6mts&feature=fvw

    • Video con dichiarazioni di Alaya, Mancino e Salvatore Borsellino

    http://www.youtube.com/watch?v=xTWEc8Lnj6I&feature=video_response

    Link utili

    Un passaggio dell’interrogatorio del pentito Brusca riguardo ai rapporti mafia/stato con riferimento alle indagini parallele in corso: http://www.youtube.com/watch?v=bIRgRv2lBbk&feature=related

    Alcuni passaggi delle vicende politico/giudiziarie con qualche riflessione sulle anomalie degli anni 92′-93′:

    http://paolofranceschetti.blogspot.com/2009/08/le-trattative-tra-stato-e-mafia-e-la.html

    Gioacchino Genchi parla di mafia/stato, con accenno a una vicenda con Leoluca Orlando:

    http://gisa.splinder.com/post/21345358/Gioacchino+Genchi%3A+un+vero+uom

    Facebook | INFORMAZIONE LIBERA: Annozero – Rassegna sulla puntata “Verità nascoste” 8 ottobre 2009 – Parte I.

     
  • Vincenzo Capozzi 3:16 pm on October 12, 2009 Permalink | Replica
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    In che modo Cosa Nostra è entrata nel governo 

    Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ’93 e il ’94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.

    A Berlusconi – ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d’interrogatori davanti ai pm – la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.

    All’indomani della puntata di “Annozero” in cui l’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.

    Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.

    Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.

    È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.

    Peter Gomez

     
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